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di Alessandra Ziniti


La Repubblica, 14 luglio 2021

 

"Siete ciechi davanti alle torture, fermate questa missione". Oggi la manifestazione in piazza Montecitorio. Altri 10,5 milioni sono previsti dal voto atteso giovedì in Parlamento. Dall'Italia 49 mezzi militari alla Libia. Per i 60mila migranti respinti un destino di dolore e morte.

Che fine hanno fatto le 60mila persone che negli ultimi quattro anni sono state intercettate dalla guardia costiera libica mentre tentavano di raggiungere l'Europa? Uomini, donne, ma anche migliaia di bambini, risucchiati nell'enorme buco nero dei centri di detenzione, oggetto di violenze, stupri, torture, strumento di nuovi ricatti per le famiglie rimaste nei Paesi d'origine. Oppure uccisi, morti di stenti o ancora finiti tra le migliaia di migranti (823 solo dall'inizio dell'anno ad oggi) inghiottiti dal mare. Di loro tutto si può dire tranne che siano stati salvati.

Per riportarli lì da dove sono partiti, le spiagge tra la Libia e la Tunisia dove i trafficanti hanno le basi del loro business più fruttuoso della droga, l'Italia ha pagato dal 2017 a oggi più di 22 milioni di euro (solo per le missioni bilaterali di supporto alla guardia costiera libica) e nel 2021 intende investire, nel sostegno ai libici per il controllo della loro zona Sar (ricerca e soccorso) istituita ad hoc, altri 10,5 milioni, 500mila euro in più euro rispetto al 2020. "Ed è solo una piccola parte delle risorse a sostegno della guardia costiera di Tripoli, visto che la cifra più grossa arriva dall'Unione europea attraverso i fondi della cooperazione che, invece di essere spesi in programmi di sviluppo, vengono impiegati per quelli che le stesse agenzie dell'Onu, Unhcr e Oim, definiscono respingimenti (e dunque illegali per l'Europa) e non certo operazioni di soccorso in mare, dice Filippo Miraglia dell'Arci.

Quella del 30 giugno in zona Sar Maltese, con i militari libici all'inseguimento, a colpi di mitraglia sparati ad altezza d'uomo, di 62 migranti, è sola l'ultima di una serie di operazioni condotte da uomini addestrati da personale italiano che utilizzano motovedette fornite dall'Italia, tra cui l'ormai tristemente famosa Ras Jadar, ceduta con il primo gruppo di mezzi navali nel 2009 e ripristinata nel 2017, all'inizio del rinnovato patto di formazione e sostegno della Guardia costiera: 23 le motovedette fornite a cui si aggiungono 20 battelli a chiglia oceanica di nuova costruzione e altri due mezzi di prossima consegna.

Eppure, quando si tratta di intervenire per soccorrere barconi o gommoni a rischio naufragio, i libici non arrivano quasi mai. La loro sala operativa, a cui il centro di ricerca e soccorso di Roma o le ong girano le segnalazioni, non risponde. E la nave della Marina militare italiana di stanza a Tripoli che dovrebbe solo fornire supporto tecnico, di fatto - come hanno messo in luce diverse inchieste giudiziarie - spesso fa da collegamento con i piani alti della guardia costiera libica dove (anche qui inchieste e report dell'Onu non si contano più) continuano a sedere trafficanti che di giorno vestono la divisa.

Difficile non vedere le ripetute violazioni dei diritti umani, di leggi e convenzioni internazionali, tanto che per l'ultimo attacco a colpi d'arma da fuoco della motovedetta libica contro il barcone di migranti poi riparato a Lampedusa il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, ha chiesto alla ministra della giustizia, Marta Cartabia, l'autorizzazione a poter procedere contro i libici per tentato naufragio.

Qual è dunque il vero prezzo che l'Italia è disposta a pagare per arginare le partenze dalla Libia? È quello che chiedono le oltre cento tra associazioni, Tavolo asilo e Ong che scenderanno in piazza oggi pomeriggio alle 17 in piazza Montecitorio con una benda bianca sugli occhi "simbolo - dicono - di quelle autorità che si rifiutano di vedere e che si piegano volontariamente alle barbarie e all'annullamento di diritti umani", per denunciare la responsabilità delle autorità italiane e per chiedere lo stop al rinnovo della missione in Libia, l'evacuazione immediata dei centri di detenzione e il ripristino di un sistema istituzionale di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e il rilascio di tutte le navi umanitarie bloccate da fermi amministrativi. In piazza anche migranti che ce l'hanno fatta a raggiungere l'Italia e che racconteranno le storie di violenze subite dalla guardia costiera libica.