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di Flavia Amabile

La Stampa, 28 febbraio 2025

Possibile un danno erariale per svariati milioni di euro. Il Consiglio di Stato ha condannato il ministero dell’Interno per i ritardi ingiustificati, strutturali con cui è stata gestita nel 2020 la regolarizzazione delle persone immigrate che lavoravano in Italia. Sei mesi erano i termini previsti per completare la procedura, quattro anni sono i tempi che invece sono stati impiegati creando le premesse per un danno erariale che potrebbe ammontare a svariati milioni di euro perché le persone sono state costrette a rimanere in una situazione irregolare e ricattabile nonostante avessero compiuto tutti i passi richiesti per essere regolarizzati.

La decisione si riferisce alla sanatoria del 2020, la sanatoria Bellanova, che all’epoca era ministra dell’Agricoltura. Nelle intenzioni di Teresa Bellanova avrebbe dovuto far emergere circa 500-600mila persone che lavoravano in modo irregolare nei settori dell’agricoltura, dei servizi domestici e dell’assistenza alla persona. In realtà su 230mila domande presentate, ai primi di agosto 2021 risultavano rilasciati solo 60mila permessi dal ministero dell’Interno, appena il 26% del totale delle richieste. A febbraio del 2023, le pratiche per la regolarizzazione straordinaria delle cittadine e cittadini stranieri che erano arrivate a termine erano ferme al 37,7% del totale con 83.032 permessi rilasciati come denunciava la campagna Ero Straniero. Chi era irregolare restava irregolare nonostante la sanatoria.

Di fronte a questo fallimento, ASGI, Attiva Diritti, Cild, Nonna Roma, Oxfam italia Progetto Diritti, Spazi Circolari hanno promosso una class action, presentando i dati della campagna per 2.103 pratiche pendenti presso la prefettura di Roma. Per arrivare alla convocazione chi aveva fatto richiesta per la sanatoria ha atteso tre anni i pareri della Questura o dell’Ispettorato territoriale del lavoro. Come sottolinea l’ASGI (Associazione studi giuridici per l’immigrazione) la legge, invece, impone “alla prefettura di dover comunque decidere entro e non oltre 180 giorni, anche in assenza dei suddetti pareri”. Il procedimento è stato seguito, oltre che dagli avvocati e avvocate in procura e che hanno partecipato alle udienze, anche dal collegio legale composto dagli e dalle avvocate Gennaro Santoro, Giulia Crescini, Valeria Capezio.

Come è scritto nelle motivazioni della sentenza: “Un simile dato denota una non episodica od occasionale inefficienza, non dovuta a limiti strutturali, ma unicamente ad una organizzazione e gestione dei procedimenti del tutto avulsa dalla considerazione del fattore temporale”. “Questa importante sentenza - affermano i promotori della class action - lancia un messaggio che incoraggia il ricorso alle azioni collettive strategiche da parte di un crescente gruppo di soggetti della società civile che vedono nei ritardi e nelle inadempienze della Pubblica amministrazione uno snodo cruciale della sistematica violazione dei diritti delle persone straniere, ma non solo. Tra queste, ad esempio, i ritardi delle Ambasciate italiane nel mondo nel rilascio dei visti di ingresso per motivi familiari, già denunciati in una recente interrogazione parlamentare e nel progetto Annick, i ritardi nel rilascio dei permessi di soggiorno, i ritardi nella formalizzazione della domanda di asilo”.