di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 8 luglio 2025
Abdullah Tchina è il primo imam nominato ufficialmente in un carcere minorile e ieri ha fatto il suo ingresso tra i giovani detenuti: “Accompagnerò senza indottrinare”. Ha quattro figli, una laurea in Teologia islamica e Diritto alla Cattolica, partecipa come attore di primo piano al Forum delle Religioni ed è attivo sui social network. Ma la sua forza è altrove: nello sguardo diretto, nella parola semplice. Abdullah Tchina, algerino, arrivato a Milano da ragazzo 35 anni fa, è il primo imam nominato ufficialmente in un istituto di pena italiano. Entra al Beccaria - dove sette su dieci sono musulmani - come guida spirituale stabile, autorizzato dal ministero dell’Interno e dal ministero della Giustizia. Al fianco del cappellano cattolico.
Il suo è un ingresso simbolico, ma anche estremamente concreto. Già attivo a Sesto San Giovanni, Abdullah chiarisce subito: “Il mio è un accompagnamento che non ha niente a che fare con la dottrina, porterò dentro un senso dii equilibrio, responsabilità e di comunità”. Parole semplici ma al Beccaria diventano medicina e insegnamento. “Molti ragazzi, soprattutto i minori stranieri non accompagnati, non sanno nemmeno come dire alla famiglia che sono finiti in carcere. Si vergognano. A volte tagliano i ponti pur di non ammettere di aver fallito. Ma così si ritrovano più soli, più arrabbiati. Come se il carcere fosse una frattura insanabile con la propria dignità”, riflette l’imam. Responsabilizzarli è un compito largo. Profondo. “La vita non è un codice binario, giusto o sbagliato. Esiste la moderazione, il compromesso. Gli errori si possono riparare con la pazienza, se c’è la volontà”. Ed è qui che entrano in gioco le tre parole chiave.
Equilibrio nei gesti e nei rapporti, soprattutto con l’autorità, un tasto dolente. Responsabilità verso le famiglie, verso il Paese che li ospita. E comunità: quella che non si ferma alla porta del carcere, ma li accompagna anche dopo. E che, in particolare nei quartieri più fragili, dopo la detenzione, può diventare argine alla recidiva e rete di sostegno nella costruzione del futuro. “Per molti lo Stato è un’entità fredda, quasi ostile. Scattano chiusure, reazioni rabbiose. Ma devono capire che invece c’è chi investe su di loro con fiducia”. Più del crimine, il problema al Beccaria è la solitudine. “Vivono senza rete. Famiglie lontane o assenti, amici spariti. Il carcere diventa una giungla. Ma se capiscono che fuori li aspetta una comunità, la loro comunità, qualcosa cambia. Ritrovano motivazione e forza”.
La sua presenza è stata voluta con decisione dalla presidente del Tribunale per i Minorenni Maria Carla Gatto, nei suoi ultimi giorni di servizio. Anche richiesta da tempo dai cappellani dell’Ipm don Claudio Burgio e don Gino Rigoldi. Il protocollo è stato firmato da Procura, Diocesi, Centro di giustizia minorile, direzione del Beccaria. Un’intesa ampia, che non ha però evitato le polemiche. Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, ha attaccato duramente: “Decisione incredibile. Così si pensa di recuperare i “maranza”? Aggraverà la situazione e porterà ulteriori problemi alle povere guardie carcerarie. Presenterò interrogazione al ministro Carlo Nordio”.
Intanto, quando c’è bisogno, chiedendo autorizzazione al magistrato di Sorveglianza, Abdullah supporta i giovani adulti a San Vittore. “Una volta un ragazzo, pronto a uscire in articolo 21, ha rifiutato un lavoro perché doveva maneggiare carne di maiale. Era educato, lucido, pronto. Ma bloccato da un cortocircuito tra identità e necessità. L’educatore non capiva. Non sono intervenuto per dargli un permesso, ma per aiutarlo a leggere quel nodo. A trovare un equilibrio tra fede e realtà. Alla fine ha accettato. E ha lavorato bene”. È già una parabola: la religione come energia che orienta, non come limite che divide. Poi aggiunge: “Spero che un giorno questo ruolo non serva più. Vorrebbe dire che nessuno, entrando in carcere, si sente perso”.











