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di Elisabetta Andreis

Corriere della Sera, 7 luglio 2025

“Meno muri, più ponti. Un aiuto per reinserire i detenuti”. Nuova figura nel carcere minorile. L’obiettivo è offrire ai ragazzi uno spazio per rileggere la frattura dentro una cornice spirituale che parli la loro lingua e riconosca ciò da cui provengono. Accanto a chi frequenta i laboratori, studia e costruisce il proprio recupero, al Beccaria ci sono gli altri. Quelli che si chiudono nel silenzio, hanno scatti d’ira, si tagliano, pregano sottovoce in cella. Per loro la solitudine non è un’assenza: è una lingua sconosciuta. Nelle ultime due settimane una nuova ondata di arresti, i detenuti sono risaliti a 77. Cinquanta sono musulmani, molti minori stranieri non accompagnati. Hanno attraversato deserti, mari, confini, e sono crollati qui: nel luogo in cui tutto doveva ricominciare.

“Sono in burnout - raccontano gli operatori - come se avessero bruciato l’adolescenza senza viverla”. Frammentati, traumatizzati, spesso privi di strumenti per rileggere ciò che è accaduto, portano addosso una colpa muta. E il carcere, invece di riparare, rischia di amplificare quel silenzio. In questo scenario arriva l’imam Abdullah Tchina, già attivo nella comunità di Sesto San Giovanni. Lavorerà accanto ai cappellani don Claudio Burgio (leggi l’intervista) e don Gino Rigoldi, che da tempo ne auspicavano la presenza, con l’idea di costruire una figura religiosa che non divida, ma accompagni il recupero e il reinserimento. Messa alla domenica, preghiera musulmana al venerdì, momenti comuni. 

L’obiettivo è offrire ai ragazzi uno spazio per rileggere la frattura dentro una cornice spirituale che parli la loro lingua e riconosca ciò da cui provengono: più radici, più parola, meno rabbia. Il protocollo, promosso dal Tribunale per i Minorenni con la presidente Maria Carla Gatto e firmato da Procura, Centro Giustizia Minorile, Ipm e rappresentanti delle due fedi, è stato autorizzato dai ministeri della Giustizia e dell’Interno. Il modello non è nuovo: esiste da anni in Germania, Francia, Inghilterra, Olanda. I numeri dicono il resto. 

Nel 2024 al Beccaria sono transitati 297 giovani, il 78% stranieri, l’87% da Paesi a maggioranza islamica. I Msna detenuti sono triplicati in due anni, da 37 a 113. Crescono anche i reati sotto i 14 anni, soprattutto rapine: ragazzi non imputabili, ma già nel radar della giustizia. Per molti, delinquere è diventato l’unico modo per dire: esisto e sopravvivo.

“La questione non riguarda solo la religione - osserva Gatto - ma il bisogno di identità, appartenenza, significato”. Meno muri, più ponti. È un cambio di passo. Non si tratta di “islamizzare” la struttura, ma di umanizzare un ambiente che per molti giovani riflette il peggio della marginalità.