di Anna Alberti
Gente, 23 novembre 2019
Apre al pubblico il primo teatro europeo collegato a un Istituto di pena. Al Beccaria i ragazzi imparano le regole, un mestiere e la gioia di stare insieme e pensare al futuro. "Ci sono voluti 25 anni per aprire questo luogo al pubblico, superando mille ostacoli, ma finalmente siamo al debutto".
Cerchiamo 2.800 persone da portare in carcere, si legge sul cartellone. La provocazione è del team di Puntozero, l'associazione culturale che opera all'interno del Beccaria di Milano, il carcere minorile. "Lo sappiamo che è un messaggio forte, ma puntiamo in alto: siamo quasi pronti al debutto di Romeo & Juliet Disaster, libera elaborazione dell'opera di Shakespeare, il prossimo 8 dicembre. Ma soprattutto abbiamo terminato i lavori e ottenuto tutti i permessi per aprire il teatro al pubblico", dice il regista Beppe Scutellà.
Lui e la compagna Lisa Mazoni, attrice e presidente dell'associazione (momentaneamente impegnata a stirare un abito di scena), sono anima e fac totum di questa compagnia, oltre che riconosciuti professionisti spesso in scena al Piccolo e in altri teatri milanesi: "Ci abbiamo messo quasi 25 anni di impegno incessante per raggiungere questo obiettivo, superando mille ostacoli burocratici, ma finalmente ci siamo: questa è la prima sala teatrale indipendente all'interno di un carcere minorile in Europa. Un teatro vero, in cui i nostri ragazzi si misureranno ogni sera con un pubblico pagante. Logico che cerchiamo di farci pubblicità: i milanesi li vogliamo tutti qui".
E Milano qui c'è, eccome. A partire dalle sedie, le quinte, il sipario e i tendaggi donati dalla Scala (che ha ceduto parte dei vecchi arredi del Piermarini). Per continuare con il contributo del Piccolo Teatro, delle Fondazioni Marazzina, Comunità di Milano, Cariplo e di tante altre associazioni che hanno reso possibile l'impresa insieme con benefattori privati.
Un'impresa che di per sé è già uno spettacolo: "La compagnia è composta da giovani detenuti ed ex detenuti di otto nazionalità diverse, più volontari, studenti liceali e universitari. Tutti insieme per portare avanti un'idea di rieducazione fondata sul recupero culturale, sociale, e anche affettivo di questi ragazzi. Un'idea che era quella di Antonio Salvatore, storico e lungimirante direttore del carcere minorile, che per i giovani detenuti aveva voluto una teatro e una chiesa".
Del cappellano di questa chiesa, don Gino Rigoldi, molti hanno sentito parlare. Ora è arrivato il momento della ribalta anche per la compagnia teatrale, alla sua prima stagione indipendente con lo spettacolo shakespeariano in scena dall'8 al 22 dicembre, e con un nuovo cartellone che proseguirà nel 2020. "I ragazzi qui imparano a stare alle regole, ma anche a fidarsi gli uni degli altri, degli adulti di riferimento", dice ancora Lisa Mazoni, che tra una telefonata e un rammendo cerca di rispondere alle nostre domande. "E poi apprendono un mestiere che servirà loro in futuro: scenografia, riprese video, illuminotecnica, regia, sartoria teatrale, oltre che recitazione. Grazie alle competenze acquisite, una volta liberi avranno poi accesso a tirocini alla Scala, al Piccolo e in altri teatri".
Un percorso non facile né scontato, ci spiega ancora Beppe Scutellà, capocomico, regista e all'occorrenza anche cuoco, quando i giovani attori si fermano a pranzo o a cena. "All'inizio i ragazzi sono diffidenti, recalcitrano: recitare non è certo una cosa da "duri". Poi negli anni succede che alcuni chiedono al magistrato di turno di poter continuare a recitare in teatro da esterni, una volta fuori. Accade anche a molti studenti che iniziano giovanissimi a frequentare il laboratorio teatrale. Crescono con noi, restano".
Lo conferma Camilla Ponti, volontaria, attrice e studentessa di psicologia che presto si laureerà con una tesi sul teatro nel carcere. "Quando li ho conosciuti, cinque anni fa, mi sono subito innamorata della voglia di rivalsa di questi ragazzi, del loro desiderio di imparare, di immaginare un futuro diverso. E qui ho capito che la rieducazione non è solo sbarre, deve passare anche dalla cultura, dal coinvolgimento affettivo. Puntozero abbraccia fino al midollo questi principi: dà a tutti la possibilità di esprimersi, di tirare fuori il meglio. D'altronde non si può provare a cambiare se non si hanno a disposizione stimoli diversi dalla strada".
Per lei, come per altri volontari, l'esperienza al carcere minorile ha rappresentato anche un'occasione di crescita personale: "Sul palcoscenico ho scoperto qualcosa di me, le mie paure, ma anche i miei punti di forza. Perché il teatro smuove cose che non ti aspetti: ricordi, difese, conflitti. È un incredibile motore di cambiamento. Tutto questo oggi è soprattutto una passione, ma spero che potrà diventare parte del mio lavoro, in un prossimo futuro".
È il momento di smetterla con le chiacchiere: il regista richiama tutti sul palcoscenico, si spengono le luci, e dal caos in un attimo magicamente emerge l'ordine. La grande bellezza. Per scoprirla, non resta che cominciare a prenotare.










