di Teresa Grgurić
altreconomia.it, 10 novembre 2025
Lisa Mazoni e Giuseppe Scutellà hanno dedicato gli ultimi trent’anni al progetto “Puntozero”, un teatro dentro al carcere minorile del capoluogo lombardo. In un sistema che tende ad accantonare vite e trasformare le carceri in una discarica sociale, il loro obiettivo è offrire ai ragazzi la possibilità di prendere parte a un percorso artistico capace di riaccendere curiosità, responsabilità e crescita personale. “Persona” è il titolo scelto per la stagione 2025-2026.
“Ho la sensazione che per molti il benessere di questi ragazzi non conti davvero. Come può un sistema pensare che, mettendo un adolescente in una cella di tre metri per due, questo cambi? Che strumenti ha una persona in quelle condizioni?”. Giuseppe Scutellà ha deciso per questo di aprire un teatro all’interno dell’Istituto penale per i minorenni (Ipm) Cesare Beccaria di Milano, progetto che quest’anno festeggia trent’anni di attività e conta ben sette spettacoli destinati a centinaia di spettatori.
Quando Scutellà nel 1995 esce dalla scuola di teatro Paolo Grassi ha 27 anni e decide di svolgere il servizio civile al Beccaria. “Avevo già in mente di portare il teatro all’interno di un carcere, sentivo che quella era la mia declinazione del fare teatro”. L’idea prende inizialmente la forma di un laboratorio in collaborazione con la scuola all’interno delle mura, poi nel 2000 Giuseppe conosce Lisa Mazoni e insieme decidono di investire in uno spazio che possa permettere loro di passare più tempo con i ragazzi e instaurare una connessione tra dentro e fuori. Il teatro Puntozero apre ufficialmente al pubblico nel 2013.
Da ormai cinquant’anni in Italia l’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario dà alle persone recluse la possibilità di lavorare all’interno o all’esterno delle case di pena e quindi non solo di essere retribuite ma anche di imparare un mestiere, qualcosa che è particolarmente importante nei “minorili” che ospitano soprattutto giovani con un’età compresa tra i 14 e i 20 anni. Secondo il regista però l’approccio al reinserimento non funziona come dovrebbe. Molti detenuti vengono introdotti in contesti inadatti, senza alcuna preparazione: “Li mandano dal gommista, in panetteria o in cantiere e dopo due giorni vengono licenziati perché non stanno bene in quel contesto”.
C’è un evidente doppio standard: “Se quel ragazzino fosse tuo figlio prima cercheresti di aiutarlo a capire chi è e quale sia la sua direzione. Questo, ai detenuti, non viene concesso. Poi certo ci servono panettieri, muratori e gommisti ma devono farlo con felicità, con motivazione”. E per Scutellà, la felicità parte dal gioco. “Non si può iniziare parlando loro di lavoro e di futuro, bisogna portarli ad accettare piccoli passi alla volta. Anche nel gioco ci sono regole: e quelle regole poi si trasformano, diventano rispetto. Rispetto per l’altro, per il gruppo, per il processo. Così li si conduce a intraprendere un percorso che può portarli anche in teatro, su un palco, a confrontarsi con se stessi e con gli altri, e che piano piano diventa un cammino di consapevolezza e di presa di coscienza”.
Così Giuseppe e Lisa offrono a chi ottiene il permesso dal magistrato di sorveglianza la possibilità di uscire durante il giorno dal carcere o dalla comunità dove si sconta la pena e partecipare alle attività di preparazione degli spettacoli.
Due collaboratrici di Puntozero preparano i cartelloni per lo spettacolo di Alice Augmented © Alessandro Treves
Oltre alle attività in teatro, chi lavora al Puntozero martedì e giovedì entra insieme ad altri volontari negli spazi della scuola del carcere, dove tutto ricorda le aule di medie e licei se non per le porte blindate, le sbarre alle finestre e le guardie che controllano ogni movimento. Nei primi incontri il teatro propone giochi basilari come ruba bandiera o gare di agilità e ci si stupisce quando certi detenuti, quelli che magari hanno ricevuto le condanne più gravi, si mettono a divertirsi come ragazzini. Improvvisamente tornano alla loro età anagrafica, a sentire che cosa vuol dire avere 14, 15 o 16 anni. Alcuni giochi insegnano le dinamiche di potere, altri a ridere e basta.
Il teatro diventa scuola di relazione che “non ti cambia con le parole ma modifica l’agito”. Stare sul palco insegna a stare nel mondo: ti fa capire quanto stare vicino o lontano da qualcuno, quanta voce hai, quando è il momento di parlare o di stare zitto. “Perché nella vita serve anche sapere quale parte devi recitare in quel momento, su quel palcoscenico. Non è questione di ipocrisia, è che siamo fatti di mille sfumature, mille versioni di noi stessi”. È questo il concetto che sta dietro “Persona”, il titolo scelto per la stagione teatrale 2025-2026. In latino indicava originariamente la maschera, inclusi l’attore e il suo ruolo, come un oggetto che allo stesso tempo nasconde e rivela.
Scutellà spiega che il teatro aiuta anche a costruire una grammatica emotiva che nessuno ci insegna e di cui spesso non riconosciamo neanche la mancanza. Ne sono sintomo i segni di autolesionismo che molti dei ragazzi mostrano su gambe e braccia e i tentati suicidi che nel solo Ipm Beccaria durante il 2023 sono stati tre, a fronte di 72 “ospitati”. Secondo Antigone, il tasso di suicidi in Italia nel 2024 è stato 25 volte maggiore per le persone detenute rispetto a quello tra le persone libere. Quando il regista parla del malessere dei detenuti usa il noi come a ricordare che siamo tutti parte della stessa comunità e che il confine tra “dentro” e “fuori” non è poi così netto.
Sempre secondo Antigone nel 2024 il numero di stranieri ha superato quello degli italiani nelle carceri minorili con un aumento vertiginoso a partire dal 2021, con una percentuale del 51,2%. Si tratta spesso di persone immigrate che hanno subito traumi e violenze prima di arrivare qui. Il teatro diventa per loro un luogo di decostruzione che serve a far disimparare tutto quello che la società ha insegnato loro. Ecco perché “Puntozero”: da qui si può ripartire, rinnovarsi, diventare qualcosa di diverso o forse semplicemente scoprire chi si è davvero.
La buona riuscita dell’iniziativa è testimoniata dalla presenza di Alex Simbana che, dopo aver scontato la pena, ha deciso di rimanere a lavorare con Giuseppe e Lisa. Oltre a lui in teatro operano oggi gli attori Marcello Ciani e Mubi, la cantante Joseena Rigo, la collaboratrice Anna Vincre e il tecnico delle luci Enea Scutellà. Ogni giorno dall’affido arrivano due ragazzi e da fine novembre, con la ripresa delle prove per gli spettacoli primaverili, si uniranno a loro altri detenuti.
Il 28 ottobre la compagnia ha presentato il primo spettacolo della stagione, proprio su quel palco che sta tra il carcere e il mondo esterno. “Errare humanum est: il carcere minorile spiegato ai ragazzi” viene messo in scena da dodici anni ed è nato per le scuole medie e superiori con l’obiettivo di riaprire una riflessione collettiva sulle carceri. Non è solo un discorso per i ragazzi: è una questione politica. “Le leggi non vengono mai fatte pensando a noi, è sempre colpa di qualcun altro, oggi il capro espiatorio sono gli extracomunitari ad esempio. Perciò a nessuno importa che l’articolo 27 della Costituzione dica che la pena deve essere rieducativa”.
Con “Errare” quest’anno il teatro esce dall’approccio scolastico per ragionare insieme alle famiglie sulla legge. Perché spesso non c’è il pudore o lo spazio per affrontare certi temi che invece è importante far emergere. Giuseppe racconta che ad un certo punto si è reso conto che la legge è come un linguaggio massonico, accessibile solo a chi lo pratica. Eppure “quando qualcuno finisce in carcere la prima reazione di tre quarti degli italiani è: ‘Se l’è cercata’, non ‘gli è arrivata addosso la legge’. Ma ci si chiede mai come ci sono arrivati lì?”. Non lo si fa solo per raccontare le esperienze dei detenuti e sensibilizzare la cittadinanza ma “perché bisogna spiegare le cose: sapevi che quando esci dal carcere l’Agenzia delle entrate ti manda cartelle esattoriali legate alla detenzione? E che i primi stipendi che prendi vengono decurtati per saldare quei debiti? Perché non spiegarlo alla gente che si lamenta che questi ragazzi pesano sullo Stato, che si indigna quando scopre che hanno la televisione in cella”.
In Italia ci sono 189 istituti penitenziari per adulti e 17 per minori, forse presto diventeranno 18 o 19. Considerando che i reati commessi dai detenuti sono per la maggior parte “contro il patrimonio” (in particolare questo dato era al 55,2% nel 2023), la domanda sorge spontanea: serve davvero tutto questo carcere? Le persone che vi finiscono dentro hanno bisogno di una cella o piuttosto di alternative concrete? Viene da chiedersi se qualcuno abbia mai davvero creduto che sbarre e psicofarmaci possano aiutare una persona a reinserirsi nel tessuto sociale.
Il gruppo di Puntozero alla fine dello spettacolo fuori dal teatro © Alessandro Treves
“La giustizia minorile -continua il regista- non dovrebbe rappresentare la mano violenta della legge, dovrebbe portare a un ragionamento”. Il diritto, per come lo dice la parola, dovrebbe indicare una retta via condivisa dalla società, non qualcosa di imposto dall’alto. Anche perché quando un minore commette un reato, spesso è una richiesta di aiuto rivolta al mondo adulto. “Due ragazzini che rompono una vetrina in stazione manifestando vanno ascoltati, non incastrati. Quello è un urlo: ‘Aiutateci a cambiare questo mondo, non riusciamo a dare voce al nostro malessere’. Non lo fanno per divertimento, sono angosciati dalle guerre, dallo sfruttamento, dall’indifferenza”.
Nel corso degli anni a Giuseppe è stato chiesto perché dare lavoro a ragazzi con precedenti penali, mentre tanti giovani con percorsi regolari restano disoccupati. In passato rispondeva parlando di solidarietà, oggi la sua visione è cambiata: non si tratta solo di aiutare chi è in difficoltà ma di contribuire attivamente a costruire un modello di società diverso. “Smettiamola di considerare il carcere come qualcosa di estraneo, destinato ad ‘altri’: difendere anche piccole fette di libertà vuol dire difendere la democrazia. Dobbiamo capire qual è la vera funzione del carcere e a chi serve. E per farlo dobbiamo partire dal basso”.










