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di Federico Berni


Corriere della Sera, 29 dicembre 2020

 

Nella seconda ondata il 7,7 per cento della popolazione complessiva raggiunto dal contagio. Spazi ridotti e limitazioni a familiari e volontari aggravano la situazione: "A molti mancano i vestiti invernali". Il Covid restringe ulteriormente gli spazi di libertà nelle carceri milanesi. L'allarme arriva da una ricerca di Caritas Ambrosiana, che parla di 260 detenuti positivi al virus tra quelli ospitati nei tre istituti del capoluogo (San Vittore, Bollate, Opera), anche se è guerra di cifre con il Ministero della Giustizia, secondo cui il dato relativo ai contagiati è drasticamente più basso (in tutto 160 persone, la metà delle quali a Bollate).

Stando al report degli operatori dell'Area carceri, la cosiddetta seconda ondata ha colpito più duramente all'interno dei penitenziari rispetto alla prima, con il 7,7 per cento della popolazione complessiva raggiunto dal contagio (senza dimenticare la morte, ai primi di dicembre, dell'ispettore di polizia penitenziaria Mario De Michele). Percentuale più alta rispetto al alla prima ondata della pandemia nella scorsa primavera, e che si spiegherebbe solo in parte con il trasferimento di malati da altre strutture lombarde in due "hub" allestiti in questi mesi a Bollate e San Vittore per fronteggiare l'emergenza sanitaria.

Situazione che va a gravare sul problema congenito della realtà carceraria cittadina, quello del sovraffollamento: 3.400 detenuti presenti, rispetto ai 2.392 previsti sulla carta. Una situazione di sofferenza che resiste nonostante il calo dell'8 per cento, rispetto alla situazione di inizio anno: prima, cioè, dei numerosi provvedimenti di rilascio o di alleggerimento delle misure di custodia adottati per sgravare le strutture all'epoca della prima ondata.

L'obbligo di garantire gli spazi adeguati per l'isolamento dei positivi, però, restringe quelli dei detenuti sani. Per questo, riporta il documento della Caritas, "molti reclusi sono stati trasferiti in altri reparti, trovandosi così a condividere la cella con più persone di prima". Ma non è l'unico effetto a catena della pandemia. Si segnalano, infatti, tensioni derivanti da chiusura dei reparti, in certi casi delle singole celle. E poi stop alla scuola, e a tutte le altre attività culturali e ricreative. Limitazioni all'accesso dei volontari ("a molti mancano vestiti adatti per l'inverno") e ai colloqui con avvocati e familiari (il 12 dicembre la protesta delle mogli dei detenuti all'esterno di San Vittore). Si chiede quindi di intervenire su tre fronti: misure alternative al carcere per chi ne ha diritto, poi continuità degli interventi educativi e, dove sarà possibile, meno restrizioni, perché, afferma Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, "la gestione della crisi sanitaria non può prescindere dalla tutela dei diritti".