di Rosario Di Raimondo
La Repubblica, 10 agosto 2026
“Ogni giorno ricevo lettere di detenuti che lamentano mancanza di cure o farmaci, caldo, insetti”. A San Vittore il sovraffollamento è preoccupante. Se Bollate inizia a scoppiare, finisce pure questa esperienza. Un carcere più umano significa più sicurezza dopo”. Marcello Bortolato è il presidente del tribunale di Sorveglianza di Milano. Ci conduce in quella che oggi definisce una “questione umanitaria”. E alla politica che usa le sbarre come “strumento di propaganda” dice: serve un “indulto”.
Qual è la situazione nelle carceri milanesi?
“C’è un sovraffollamento preoccupante a San Vittore. Pure Bollate ne soffre. La situazione è drammatica in tutto il Paese, anche se quella milanese non è come quella di altri territori. A Milano ci sono 4.151 detenuti. Nell’intero distretto (con Varese e Pavia), 7.293. In Lombardia c’è il 14% dell’intera popolazione ristretta: per numero di detenuti, magistrati e casi da trattare, siamo il tribunale di Sorveglianza più grande d’Italia”.
Antigone elenca problemi drammatici. Ci si dimentica dei detenuti?
“Ci stiamo dimenticando di loro. Non si capisce che se restituisci alla società una persona peggiore di prima, l’insicurezza sociale aumenta. Non si può cavalcare il carcere come strumento di propaganda”.
Cosa la preoccupa di più, oggi?
“Alcuni provvedimenti dell’amministrazione penitenziaria che vanno in senso contrario: abbiamo assistito alla riduzione degli spazi ricreativi o alla politica delle porte chiuse nelle sezioni. E poi la iper criminalizzazione di alcuni comportamenti dei detenuti. Penso alla questione delle rivolte carcerarie: basta una resistenza passiva agli ordini da parte di tre persone perché scatti il reato. Significa ancora più condanne, il prolungamento delle pene. Segno di un carcere sempre più chiuso e che sempre di più si autoalimenta”.
Tutti vogliono andare a Bollate. Anche Roggero si è costituito lì. Se è un modello, perché non viene replicato?
“Questo è un approccio sbagliato. Non è un carcere modello, ma quello che dovrebbe essere per legge qualunque penitenziario. Esistono realtà simili, come Padova. Questi istituti spesso nascono in realtà in cui c’è una grande rete sociale esterna. Un carcere deve vivere nella società, non isolato”.
Ci sono altri motivi se rimane un’eccezione?
“Le scelte politiche. Con la svolta securitaria tra gli anni Novanta e Duemila, leggi terribili hanno prodotto più carcere. Il sovraffollamento impedisce a molti istituti di essere come Bollate. Dobbiamo stare attenti, perché se comincia a scoppiare, finisce pure questa esperienza”.
In carcere c’è un’emergenza umanitaria?
“Oggi che i numeri sono altissimi, la questione principale è diventata quella umanitaria, quasi a discapito di quella rieducativa. Ci arrivano moltissimi reclami di detenuti. Ogni giorno ricevo lettere di chi lamenta mancanza di cure adeguate, farmaci, mancati trasferimenti, difficoltà nei colloqui, caldo intollerabile, insetti”.
Come si deve rispondere?
“Incentivando le misure alternative e togliendo preclusioni che le impediscono. Ma quello che serve oggi, per quanto non sia una soluzione definitiva, è l’indulto, anche sottoposto a condizioni. Potrebbe essere limitato a uno o due anni di pena, escludendo i reati più gravi. In carcere ci sono moltissimi reclusi che hanno un residuo di pena inferiore a questo lasso di tempo. Così avremmo davvero 10 mila detenuti in meno e il sistema prenderebbe respiro. È uno strumento previsto dalla Costituzione. Un carcere più umano significa più sicurezza dopo, quando le persone escono”.
Cosa pensa della riforma che prevede i domiciliari nelle comunità per i detenuti tossicodipendenti?
“La trovo totalmente inefficace per risolvere il sovraffollamento. Si parlava di 10 mila scarcerazioni, poi di 500, adesso 300. I posti nelle comunità non ci sono e non s’inventano dalla sera alla mattina”.
Quali altri problemi pesano?
“A Milano una situazione gravissima riguarda i “liberi sospesi”. Quando si viene condannati a una pena sotto i 4 anni che non riguarda i reati più gravi, non si va in carcere. Il condannato chiede l’applicazione di una misura alternativa e rimane libero. Abbiamo più di 15 mila domande pendenti da gestire. A rilento cerchiamo di decidere sulle istanze del 2020. Non abbiamo personale”.
Cosa comporta per i condannati?
“Parliamo di persone nel limbo, che hanno il passaporto sospeso, non possono partecipare ai concorsi, ottenere il permesso soggiorno. Spesso si tratta dei più fragili, dimenticati, indigenti. Che magari devono espiare una pena di 6 mesi”.
Quanto incide per voi la mancanza di personale?
“Il problema gravissimo è il personale amministrativo. Siamo stati ignorati dal ministero, non siamo considerati. La scopertura è quasi del 50%. Dovrò attuare provvedimenti estremi, come chiudere cancellerie o l’ufficio informazioni”.










