di Cesare Giuzzi
Corriere della Sera, 26 maggio 2021
Nonostante gli interventi, l'area "suscita tuttora un grandissimo allarme sociale". Dodici arresti nel clan della droga. Sei giovani spacciatori morti investiti dai treni: uno era un minorenne del clan Mansouri. La sera del 5 dicembre 2020. Sono le dieci. L'Intercity notte per Lecce supera la stazione di Rogoredo e corre verso Bologna. Le carrozze viaggiano a novanta all'ora, è buio pesto. Il macchinista intravede una sagoma sul lato sinistro della motrice. Non fa neppure in tempo ad azionare i freni. Il colpo non lascia scampo. Il treno si ferma 500 metri più avanti. Il macchinista dà l'allarme e con una torcia risale i binari. A fianco delle rotaie c'è il corpo di un giovane uomo, è gracile, ha la pelle olivastra.
Non è un suicidio. Gli investigatori della Polfer lo capiscono appena la vittima viene identificata: Mohamed Mansouri, marocchino, senza fissa dimora. Mansouri non è uno dei tanti fantasmi che popolano la zona di Rogoredo. È un ragazzo di 15 anni che fa parte del più importante clan magrebino dello spaccio. Sono loro ad avere in mano buona parte del mercato della droga nei boschi milanesi. Da Rogoredo al Parco delle Groane. Vengono da Oulad Fennane, paesino rurale di 8 mila abitanti nell'entroterra del Marocco. Anche Mohamed, nonostante i suoi 15 anni, aveva alle spalle la traversata del Mediterraneo e una vita difficile in strada. Ma soprattutto era uno dei Mansouri e come i parenti vendeva droga nel più florido mercato d'Italia dell'eroina.
Gli investigatori lo avevano fotografato nella sua postazione, a poche centinaia di metri dal luogo in cui è stato travolto: un banchetto artigianale attrezzato sul basamento del muro di cinta della ferrovia. I disperati in cerca di una "punta" di eroina da una parte, lui dall'altra con la mano che si infila oltre la recinzione, in un'intercapedine, prende i soldi e passa la dose.
Mohamed Mansouri era una delle sei vittime "collaterali" del bosco di Rogoredo. Ragazzi, pusher o consumatori, morti investiti dai treni mentre attraversavano i binari per raggiungere il grande mercato. Sono 12 gli arresti eseguiti lunedì dalla squadra di polizia giudiziaria della Polfer, guidata dal commissario Angelo Laurino. Pusher e grossisti del Boschetto. Tutti marocchini (due Mansouri) tranne Ambra C., 33 anni, incensurata, schiava della droga che faceva da autista: "Quando non mi dà i soldi, due grammi e mezzo di nera me li dà. E io preferisco", diceva.
Il gruppo aveva in mano una parte del Boschetto, la zona che da via Sant'Arialdo ai campi di San Donato. "Sono stati fatti grandi interventi, ma la soluzione è ancora lontana. L'area continua a richiamare tantissimi consumatori", hanno spiegato l'aggiunto Laura Pedio e il pm Leonardo Lesti che hanno coordinato l'indagine. Rogoredo "suscita tuttora un grandissimo allarme sociale", ha rimarcato il gip Stefania Donadeo nel suo provvedimento. Oltre 100 i fogli di via emessi dalla questura in questi mesi.
La droga veniva pericolosamente nascosta nella massicciata lungo i binari. Oppure gettata dai grossisti ai pusher dall'auto in corsa: "Rallenta rallenta finché non passa quello. La strada è nostra, amico. L'hai lanciata?". Sono 39 le cessioni documentate. In alcuni casi i poliziotti si sono dovuti fingere tossicodipendenti per avvicinarsi agli spacciatori. Tutto avveniva al "Ponte spezzato", a 1.300 metri da Rogoredo.
Gli investigatori della Polfer partono seguendo i consumatori e i cellulari trovati a casa di Ossama Riagi, detto Sofiane, 23 anni. Da lui arrivano a Salah Sandar, altro magrebino arrestato a febbraio che custodiva la droga in una casa abbandonata di via Kuliscioff, vicino a Bisceglie. Sofiane era attentissimo: condannato a 4 anni già da minore, non toccava mai la droga, stava sempre attento a non "bruciare" i luoghi d'imbosco dello stupefacente. La banda non si fermava mai: "C'è in giro roba scadente. Mi sono stancato a tagliarla". "L'hai fatta diventare troppo scura". "Sto aggiungendo da me, se trovo la bilancia. Sarà una spazzatura".











