di Associazione Yairaiha Ets
L’Unità, 12 giugno 2026
Tommaso Costa, 66 anni e da 19 al 41bis. Convive con una patologia autoimmune cronica gli provoca grave secchezza agli occhi e alla bocca. Dal 2015 segue una terapia, ma quando arriva a Milano Opera non viene autorizzata. Tommaso Costa ha sessantasei anni. Da oltre diciannove anni e mezzo è detenuto e gran parte di questo tempo lo ha trascorso in regime di 41-bis. Convive con una Sindrome di Sjögren, una patologia autoimmune cronica che provoca xeroftalmia e xerostomia, ovvero una grave secchezza degli occhi e della bocca. Nella documentazione sanitaria in possesso dell’Associazione Yairaiha compaiono, almeno dal 2015, terapie e presidi utilizzati per il trattamento della patologia: Plaquenil, saliva artificiale e lacrime artificiali.
Per anni quella documentazione accompagna il percorso detentivo di Costa nel 41bis di Viterbo senza che la necessità di quelle cure risulti contestata. Poi arriva il trasferimento. Da circa due mesi Costa si trova nella Casa di Reclusione di Milano Opera, ancora in regime di 41-bis. La patologia è la stessa. Le condizioni cliniche sono le stesse. Restano le stesse esigenze terapeutiche che avevano accompagnato per anni la sua detenzione a Viterbo.
Secondo quanto denunciato dal figlio e tutore legale, a cambiare sarebbe invece l’accesso a una parte della terapia seguita per anni. Al centro della vicenda vi è un collirio a base di lacrime artificiali utilizzato per contrastare la xeroftalmia associata alla Sindrome di Sjögren. Una condizione che non consiste in un semplice fastidio oculare. In assenza di adeguata lubrificazione può provocare bruciore persistente, dolore, irritazione, infiammazione, fotosensibilità e, nei casi più gravi, lesioni della superficie corneale. Secondo quanto riferito dal familiare, dopo il trasferimento presso Milano Opera il presidio terapeutico non sarebbe stato autorizzato. La spiegazione ricevuta sarebbe stata informale e farebbe riferimento a una presunta incompletezza della documentazione sanitaria proveniente dall’istituto di provenienza. È qui che la storia smette di riguardare soltanto un collirio. Una persona detenuta non organizza il proprio trasferimento. Non gestisce la trasmissione della documentazione sanitaria. Non decide tempi e modalità delle verifiche amministrative. Se il problema riguarda la documentazione, è però la persona che necessita della terapia a subirne le conseguenze.
Vi è poi un ulteriore elemento. Secondo quanto denunciato dal familiare, non risulterebbe alcun provvedimento formale di diniego relativo alla mancata autorizzazione del presidio terapeutico. Proprio per questa ragione il figlio e tutore legale del detenuto ha trasmesso una diffida formale alla Direttrice della Casa di Reclusione di Milano Opera, chiedendo chiarimenti sulle limitazioni denunciate, sulle ragioni della mancata autorizzazione e sull’eventuale esistenza di atti formali adottati dall’istituto. La questione non riguarda soltanto la terapia. Senza un provvedimento formale diventa più difficile conoscere le ragioni della decisione, verificarla e contestarla nelle sedi previste dall’ordinamento. Un detenuto può rivolgersi al Magistrato di Sorveglianza per contestare decisioni che incidono sui propri diritti e sulle proprie condizioni di detenzione, ma per farlo deve poter conoscere l’esistenza e il contenuto del provvedimento che intende contestare. Quando una decisione resta confinata nell’informalità, non si crea soltanto un problema di trasparenza: diventa più difficile anche esercitare concretamente gli strumenti di tutela che l’ordinamento prevede. È un aspetto che questa Associazione conosce bene.
Nel corso della propria attività ha infatti ricevuto numerose segnalazioni riguardanti la Casa di Reclusione di Milano Opera da parte di familiari, avvocati e persone detenute. In più occasioni, le segnalazioni ricevute hanno riguardato decisioni che incidevano concretamente sulla vita detentiva, comprese limitazioni ai colloqui con terze persone e altre richieste rivolte all’amministrazione, rispetto alle quali veniva denunciata l’assenza di un provvedimento formale di diniego. Una circostanza che, secondo i segnalanti, rendeva estremamente difficile conoscere le ragioni della decisione e sottoporla al controllo del Magistrato di Sorveglianza attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento. Circostanze che hanno dato luogo anche a iniziative istituzionali, interrogazioni parlamentari e articoli di stampa. È anche per questo che la vicenda di Tommaso Costa non appare come una questione isolata, ma si inserisce in un quadro di criticità che questa Associazione ha già avuto modo di riscontrare e segnalare con riferimento alla Casa di Reclusione di Milano Opera. La vicenda non si è fermata alla diffida trasmessa dal figlio e tutore legale del detenuto.
A fronte delle criticità segnalate dal familiare e della documentazione acquisita, la situazione è stata portata all’attenzione delle autorità competenti mediante una specifica segnalazione, con richiesta di accertamenti in merito alla continuità terapeutica del detenuto, alla gestione della documentazione sanitaria relativa al trasferimento da Viterbo a Milano Opera, alle ragioni della mancata autorizzazione del presidio terapeutico e all’eventuale esistenza di provvedimenti formali di diniego. La vicenda è stata pertanto portata all’attenzione delle autorità competenti, alle quali è stato chiesto di accertare quanto segnalato. Perché la continuità terapeutica e la conoscibilità delle decisioni che incidono sulla salute di una persona detenuta non possono dipendere dall’informalità.










