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di Giuseppe Guastella


Corriere della Sera, 2 settembre 2020

 

Chiuse le indagini sui fatti del 9 marzo: in 22 sotto accusa. I detenuti si ribellarono agli agenti della polizia penitenziaria chiedendo l'amnistia per il rischio coronavirus devastando le celle e i corridoi.

Il tam-tam che trasmetteva in piena pandemia segnali della rivolta lungo tutta la Penisola non avrebbe non potuto raggiungere anche il carcere di Opera il 9 marzo scorso. Anche nel più grande istituto di pena milanese, in cui sono reclusi al 41 bis i boss di spicco della criminalità organizzata, i detenuti si ribellarono agli agenti della polizia penitenziaria chiedendo l'amnistia per il rischio coronavirus devastando le celle e i corridoi, distruggendo e incendiando i mobili.

Le indagini della Procura della Repubblica di Milano si sono focalizzate su 22 di loro che, chiusa l'inchiesta, ora rischiano concretamente di finire sotto processo per resistenza e minacce a pubblico ufficiale, danneggiamento e incendio doloso.

Per identificare i responsabili degli episodi di danneggiamento e minacce è stato necessario un lungo ed impegnativo lavoro degli agenti della Polizia penitenziaria durante le indagini coordinate dal sostituto procuratore milanese Enrico Pavone che fa parte del pool antiterrorismo guidato dal pubblico ministero Alberto Nobili.

Gli investigatori inizialmente avevano puntato l'attenzione e denunciato un centinaio di detenuti, ma il loro numero si ridotto dopo l'esame dei filmati delle telecamere di sorveglianza e grazie alle dichiarazioni di alcuni degli indagati che hanno scagionato molti dei compagni assumendosi tutta la responsabilità dei principali episodi di violenza. A rischiare il processo sono 15 italiani e sette extracomunitari.

Le proteste, i danneggiamenti e gli scontri tra detenuti e agenti della Polizia penitenziaria ebbero come teatro le celle e i corridoi delle sezioni A, B e C al quarto piano del carcere, mentre all'esterno un gruppo di familiari dei reclusi e di antagonisti incitavano alla rivolta chiedendo la liberazione dei parenti a causa del rischio di contagio da coronavirus, cosa che per fortuna è avvenuta solo per numero molto ridotto di loro.

La rivolta terminò nella serata quando i manifestanti furono convinti a tornare in cella dalla direzione. Mentre al quarto piano i manifestanti sfondavano i vetri delle finestre e appiccavano il fuoco a mobili e suppellettili, un gruppo di detenuti utilizzò un carrello portavivande come ariete per sfondare un cancello minacciando di morte gli agenti che erano impegnati ad impedire che gli stessi detenuti raggiungessero altri reparti. La Procura sta anche per chiedere il processo in relazione alla rivolta che contemporaneamente a quella di Opera riguardò San Vittore. Le accuse, in questo caso, vanno da sequestro di persona (alcuni agenti della polizia penitenziaria furono bloccati e minacciati) a devastazione, saccheggio, lesioni personali e rapina.