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di Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 13 marzo 2023

La vittima del feroce pestaggio è un ragazzo di 19 anni: gravi lesioni alla milza e alla mandibola. Era stato minacciato di non raccontare l’aggressione. “Fuori” la febbrile attesa per i risultati delle elezioni politiche, e “dentro”, invece, quattro ore di inferno in una cella del reparto “giovani adulti” del carcere di San Vittore: sono quelle che ha vissuto lo scorso 26 settembre un detenuto diciannovenne, vittima di quattro compagni di cella di un pestaggio talmente violento da fargli perdere la milza, procurargli la frattura parzialmente scomposta della mandibola e causargli lesioni gravissime da 45 giorni di prognosi.

Un caso però affrontato in maniera lineare dalla direzione dell’istituto, dai dottori interni e dalla amministrazione penitenziaria che, rilevando incongruenze nelle risposte dei detenuti alle prime domande sull’accaduto, subito hanno riferito e dato gli elementi disponibili alla Procura, la quale con la pm Maria Letizia Mocciaro contesta ora ai quattro detenuti, in un “avviso di conclusione” delle indagini preliminari alla richiesta di processo, i reati di lesioni aggravate e di violenza privata.

Secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, tutto inizia alle 9 e mezza di sera quando uno dei quattro compagni di cella del detenuto (tutti tra i 20 e i 23 anni) comincia a sfrucugliarlo sulla ragione della sua prigionia e gli impone aggressivamente di raccontare i supposti approcci di natura sessuale compiuti sui fratelli minori, storia che neppure si capisce bene da dove sia saltata fuori visto che il ragazzo era stato arrestato per una rapina.

A questo punto, “in segno di disapprovazione” in base a quel rudimentale malinteso “codice” penitenziario non scritto e sopraffattorio nei confronti di detenuti per vicende di natura vagamente sessuale, un secondo compagno di cella comincia a colpire con pugni in faccia la vittima seduta al tavolo; il primo lo afferra alla gola per non farlo gridare; tutti e quattro si accaniscono sullo sventurato colpendolo ripetutamente con calci, pugni, sgabelli di legno e un manico di scopa, fino a costringerlo, alle 2 di notte, a bere urina da un bicchiere.

Stravolto dalle violenze, prima che possa chiamare l’agente di turno per chiedere di essere soccorso, la vittima viene minacciata affinché non racconti nulla di quanto davvero accaduto, minimizzi l’aggressione e anzi accrediti la concordata falsa versione di una banale lite con uno dei compagni di cella: fino addirittura a essere costretto a sottoscrivere agli agenti penitenziari una falsa dichiarazione nella quale assicurava di “non avere problemi con loro”.

Cioè con i compagni di cella che, dopo averlo picchiato, gli avevano sostanzialmente estorto l’adesione alla falsa versione con la minaccia non soltanto di nuovamente aggredirlo, ma anche di praticare rappresaglie sui suoi familiari, in particolare di “far tagliare la gola” alla madre, della quale il primo compagno di cella si era in precedenza fatto dire nomi e indirizzo.