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di Elisabetta Andreis

Corriere della Sera, 7 settembre 2026

La lettera di un detenuto: “Ho scoperto di essere più intelligente di quel che pensavo”. Il progetto Methexis 2.0 ha coinvolto più di ottanta detenuti, soprattutto giovani adulti. Il Politecnico ne studia gli effetti e parla di empowerment: “Insegna a decidere in autonomia”. In carcere, se vuoi una penna, devi chiederla. Se vuoi un foglio, devi chiederlo. Anche per la carta igienica c’è una “domandina”. La compili e aspetti. Kumar, invece, a un certo punto ha cominciato a chiedere problemi. Problemi di matematica. Da portarsi in cella. È pachistano, circa 28 anni, al suo Paese da ragazzo studiava informatica. A Milano ha venduto rose all’Ortomercato, poi è finito a San Vittore.

Quando il Politecnico ha proposto un laboratorio di Matematica, è stato tra i primi a chiedere di poterci andare. Guardava puzzle, indovinelli, trucchi di magia numerica e rompicapo geometrici. Affrontava i giochi di logica quasi con sufficienza: “Roba da bambini”. Alla fine ha lasciato ai docenti un messaggio in italiano. C’era scritto: “In carcere mi sento trattato come un bambino, qui ho scoperto di essere più intelligente di come pensavo”.

È una frase che contiene qualcosa di San Vittore che le statistiche non riescono a misurare, riflette Domenico Brunetto, docente di Matematica del Politecnico e promotore dei laboratori: “Per poter funzionare, il carcere prende in consegna una quantità impressionante di richieste. La penna, il foglio, la carta igienica: domanda, autorizzazione, attesa. Ma così, nel percorso difficilissimo della rieducazione, poco alla volta si rischia di disimparare persino la sensazione elementare che precede ogni momento della vita: decidere in autonomia”.

È esattamente lì che Brunetto ha scoperto che poteva infilarsi un problema. Non una lezione. Nessuno sale in cattedra. Sul tavolo arrivano oggetti, puzzle, strategie, quesiti abbastanza semplici perché possano affrontarli insieme quello che ha lasciato la scuola presto e quello che stava per laurearsi. Non importa neppure parlare perfettamente italiano. La consegna è: prova. O meglio, sbaglia e rimedia.

“Pensavo che il problema del calendario fosse molto difficile, poi ho trovato la soluzione”, ha scritto uno dei ragazzi nei messaggi di commiato alla fine del laboratorio. L’orgoglio minuscolo, eppure enorme. Un altro annota: “Mi è piaciuto fare questi esercizi affrontando la mia pazienza e me stesso”. Dentro c’è una misura di sé che cambia. È successo a Ahmed, un egiziano di 23 anni. “Un altro che ci ha colpito moltissimo”.

All’inizio veniva al laboratorio: un’ora fuori dalla cella. Poi ha cominciato a giocare. A discutere le soluzioni. Alla fine Brunetto e gli altri avevano il problema opposto: non voleva più andarsene. Prima di risalire chiedeva esercizi da fare da solo. “Ho usato la mia testa”, li ha ringraziati. Anche gli agenti, fermi sulla porta, ogni tanto finivano catturati da una domanda. Provavano. E lì accadeva una piccola anomalia carceraria: la risposta poteva trovarla prima la persona detenuta. La chiave apriva la porta, non il problema. Per quello non esistevano gradi.

In due anni il progetto Methexis 2.0 ha coinvolto più di ottanta detenuti, soprattutto giovani adulti. Il Politecnico ne studia gli effetti e parla di empowerment. Una parola corretta, probabilmente. Ma nei fogli dei ragazzi ce n’è una più precisa. Uno ha scritto: “In faccia sono sorridente, ma il cuore non sta bene”. Non c’è un’equazione che sistemi quel cuore. E nessuno, qui, pretende che un laboratorio di matematica riscatti una vita. Eppure, come scrive ancora Kumar, “è una magia. Nessuno ti dice che cosa sei capace di fare. Non devi chiedere a nessuno. Ti mettono davanti qualcosa che non sai. Puoi sbagliare, ricominciare, trovare una strada”. Poi la porta della cella si richiude. E può succedere che, in un posto dove per quasi tutto bisogna fare una “domandina”, un ragazzo torni in cella felice perché gli hanno lasciato un problema.