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di Giorgio Mandelli

Corriere della Sera, 15 luglio 2025

Un’orchestra e tre cori, compreso quello degli Amici della Nave di San Vittore composto da ex ospiti del carcere milanese, volontari e volontarie: una esperienza di musica per l’inclusione e il racconto del concerto, scritto in prima persona da uno dei protagonisti. Ore 5 del mattino, sabato 12 luglio: sveglia, si parte. Per dove? Maciano, in provincia di Rimini. Paese di poche anime in cima alla Valle del Marecchia. Chi l’avrebbe mai detto che l’entroterra riminese potesse affascinarmi così tanto. Quiete, aria pulita, gente a modo.

Uomini e donne in stretto legame con le loro origini, che hanno scelto orgogliosamente di vivere nella comunità di cui fanno parte. Io vivo a Milano. Che differenza rispetto allo stress, alle corse, alla fretta, all’inquinamento, diciamo pure al ritmo violento, delle grandi metropoli. Adesso invece noi siamo venuti in questo piccolo Paradiso per fare un concerto.

Noi vuol dire la compagnia di persone che formano il nostro coro. Il Coro Amici della Nave di San Vittore. Formato da persone con un passato di detenzione, pazienti Serd di Asst Santi Paolo Carlo, volontari e volontarie dell’associazione Amici della Nave. L’obiettivo della nostra compagnia, in ogni esibizione, è sensibilizzare le persone sul tema del carcere. Non facendo tanti discorsi ma attraverso la musica e il canto, magari insieme con un’orchestra, spesso anche con altri gruppi corali. Questa volta con noi c’erano il Coro Voci Liriche di Misano Adriatico, il Coro Carla Amori di Rimini, l’Orchestra Antiqua Estensis di Ferrara, e poi solisti bravissimi: compreso padre Raffaele Talmelli, del convento di Santa Maria dell’Olivo di fronte a cui si è svolto il concerto.

Il programma parlava della Passione, in pratica il racconto del processo a Gesù mescolato alle musiche più diverse, da Bach ai Metallica, e a testi scritti da persone che hanno vissuto o tuttora vivono l’esperienza del carcere. Ma così come la Passione finisce con la resurrezione anche per noi il finale del racconto vuole essere il reinserimento sociale una volta usciti. Da persone che per vari motivi avevano perso il senso della vita e della legalità, persone di cui io facevo parte, a persone nuove. Con la speranza di rinascere come persone migliori.

Assieme a me e ai volontari dell’associazione questa volta ci sono anche i miei compagni Beniamino, Khaled, Abdo. Con noi era partito anche il nostro amico Luca e in questo momento il mio pensiero va soprattutto a lui: durante il viaggio purtroppo ha ricevuto la notizia del ricovero della mamma per una crisi molto grave, una volontaria lo ha accompagnato in una stazione a metà strada e lui, dopo avere informato le autorità sul cambio di programma dovuto a una emergenza, è dovuto tornare indietro. Purtroppo la mamma non ce l’ha fatta. Sei nel nostro cuore Luca, te lo dico anche qui.

Il coro è condivisione. Il coro è scoprire nuove amicizie e gioirne. Descrivere ogni emozione vissuta cantando, anche questa volta, è per me impossibile. Cantare canzoni che hanno testi pieni di speranza e di libertà può far solo bene. Anche e forse soprattutto a noi uomini che per un certo tempo della nostra vita ci siamo trovati sulla strada del male. La musica ci incoraggia a capire che la vita si può vedere con altri occhi e che le esperienze negative possono essere convertite. Che tutti possiamo diventare uomini migliori.

Ciò che sarebbe impossibile è fare tutto questo da soli. Niente di quello abbiamo fatto, questa volta nella bellissima valle di Maciano così come altre volte in altri luoghi, sarebbe successo senza l’impegno di educatori, volontari, persone delle istituzioni che hanno creduto in noi, oltre a tutte le persone del coro e dell’associazione, dal presidente in giù. Spero in futuro di poter riprovare altre esperienze simili. Cantare fa bene all’anima. Emozionarsi, a volte, migliora la qualità della vita.