Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2020
Detenuti e liberi cittadini, intorno allo stesso tavolo, dentro le mura del carcere per riflettere sulla trasgressione e cercare ciò che ci rende uguali nelle differenze. E il lavoro che da 23 anni fa il Gruppo della trasgressione nella Casa circondariale di San Vittore e nei due Istituti penitenziari di Opera e Bollate, a Milano.
In tutto una sessantina di carcerati e una quindicina tra studenti universitari e altri ospiti esterni, guidati dallo psicoterapeuta Angelo Aparo. Al centro del confronto i temi dell'autorità, dei limiti e dell'arroganza: a seconda dell'ambiente in cui si cresce possono diventare una spinta allo sconfinamento verso la crescita personale; o, al contrario, un'illusione di onnipotenza distruttiva. Cos'ha in comune la ragazza che soffre di disturbi alimentari con chi ha rapinato banche? Il bullo con il criminale? Il timido con lo spacciatore?
Il Gruppo lo spiega nelle scuole con una serie di progetti di prevenzione alla tossicodipendenza e al bullismo. La pena senza la riabilitazione mentale serve a poco, molto poco. L'intuizione di Aparo andrebbe esportata in tutte le realtà carcerarie italiane.










