di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 29 dicembre 2022
Giorgio Leggieri, il direttore dell’istituto a custodia attenuata: “Durante l’emergenza Covid accolti anche detenuti con un profilo molto diverso dal solito, ma abbiamo saputo reggere”. Se si guarda a Bollate come a una rivoluzione del carcere, sempre in cerca di rinnovata carica propulsiva, sempre proverbiale per i suoi invidiati tassi di recidiva incomparabilmente inferiori a quelli degli istituti meno aderenti alla Costituzione, “a volte si dimentica che la “rivoluzione ordinaria” non era scontato reggesse allo sconquasso di due anni di pandemia Covid, e invece il carcere è riuscito a restare in equilibrio nel mantenere la centralità dell’attenzione alla persona con la lettura dei suoi bisogni reali e delle sue fragilità”.
Giorgio Leggieri, il direttore dell’istituto a custodia attenuata per detenuti comuni beneficiari di attività trattamentali specie nel settore del lavoro, rivendica che Bollate a inizio Covid “si sia fatto carico e abbia mostrato capacità di adattamento alle esigenze del territorio metropolitano”, iniziando ad accogliere anche detenuti che prima mai sarebbero arrivati a Bollate, e cioè “con un profilo molto diverso da quello che sino a quel momento costituiva il target” dell’istituto.
E tuttavia, “pur messo a dura prova”, Bollate “ha saputo reggere in termini di sostenibilità del progetto”. La riprova è non soltanto nel fatto che “non si è verificato quell’aumento degli eventi critici” (suicidi, autolesionismi, aggressioni) “che ci si sarebbe potuti aspettare proporzionalmente all’aumento delle presenze in due anni da 1.200 a quasi 1.400 detenuti”, ma anche nella constatazione che “non ne ha risentito il principale obiettivo del carcere: nel senso che, anzi, “c’è stato un incremento dei detenuti in lavoro esterno, aumentati sino a 220, per di più con un ampliamento del sistema di offerta lavorativa per abbracciare anche la fascia di detenuti più fragili perché con minori risorse culturali” rispetto al lavoro.
E neppure il Covid ha spezzato l’altra caratteristica di Bollate, e cioè “l’osmosi tra dentro e fuori, con iniziative trattamentali volte a portare la città dentro il carcere, ma anche a far sì che i detenuti (specie proprio quelli meno abituati a questo) fossero presenti nella città in contesti di eventi esterni”.










