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di Marta Ghezzi

 

Corriere della Sera, 21 maggio 2019

 

Le idee di un parroco per creare legami con il quartiere. La Casa circondariale San Vittore infatti è in centro città. Costruita anche una "cella" nel cortile della chiesa. Il carcere di San Vittore, a Milano, è in piena città. Una circonvallazione corre proprio sotto le sue mura di cinta, intorno ci sono condomini, scuole, negozi, un teatro, i giardinetti dove giocano i più piccoli.

I detenuti sono i vicini di casa di un intero quartiere, ma solo sulla carta: sono una presenza muta, non c'è contatto. E sempre stato così, una prossimità vissuta nell'indifferenza. Fino a due anni fa. Quando dal territorio è emerso il desiderio di un legame.

"In una società davvero inclusiva non si esclude nessuno: quel tassello, il collegamento fra la comunità e il carcere, mancava. Ci siamo interrogati sul significato e su come riuscire a creare relazioni, dando vita a un piccolo gruppo di lavoro", spiega don Serafino Marazzini, parroco di San Francesco d'Assisi al Fopponino, la chiesa da cui è partita l'iniziativa. Legame, quando si parla di una casa di reclusione, non significa necessariamente contatto fisico.

"Abbiamo pensato che la prima cosa da fare fosse, molto semplicemente, raccontare cosa è il carcere. La gente non lo sa, c'è un immaginario collettivo falsato, terreno fertile per i pregiudizi, i sospetti, le paure", spiega Davidia Zucchelli, coordinatrice del Gruppo Carcere. Fra le prime mosse pubbliche c'è stato l'allestimento, lo scorso anno, di una cella carceraria dentro il cortile della chiesa. Una cella non diversa da quelle di San Vittore.

I partecipanti potevano scegliere se limitarsi a guardarla da fuori o se vivere, in prima persona, l'esperienza dell'ingresso in prigione. Il percorso, messo a punto da Caritas Ambrosiana, non fa sconti: dopo aver lasciato gli effetti personali si entra nella cella, e la porta viene chiusa. "Stupore, angoscia, solitudine, claustrofobia: i messaggi lasciati dai visitatori ci hanno fatto capire l'importanza di questo passaggio", dice una volontaria, Giovanna Bacchini.

Il gruppo ha poi studiato un fitto calendario di incontri per avvicinare il più possibile il mondo carcerario al grande pubblico. Hanno partecipato, fra gli altri, Giacinto Siciliano, direttore del carcere di San Vittore; Gloria Manzelli, dirigente dell'Amministrazione Penitenziaria e i volontari delle associazioni carcerarie "Il Girasole" e "Sesta Opera".

"Molte persone del gruppo hanno deciso di fare un percorso di formazione e ora entrano con regolarità a San Vittore come volontari. Altre seguono la raccolta di indumenti nuovi e usati per i detenuti e si occupano di fundraising", racconta don Marazzini. Che aggiunge: "il nostro obiettivo non è però avere tutti in prima linea. L'intento è stimolare, far nascere una nuova consapevolezza nel quartiere. Dietro al gruppo c'è un'intera comunità che stiamo cercando di coinvolgere". Piccoli passi in direzioni diverse.

Per Pasqua, sessanta bambini impegnati nel catechismo (fascia di età: 10-12 anni), sono stati invitati a scrivere (a casa) un biglietto di auguri a un detenuto. In questi giorni, infine, è partita la ricerca di giovani per un progetto di scuola di italiano nel periodo estivo. "I corsi seguono il calendario scolastico, così da metà giugno ai primi di settembre rimane un vuoto da colmare", rivela Zucchelli. "Il fundraising coprirà le spese vive di questa scuola estiva e servirà per dotare di nuovi arredi le sale dei parlatori del carcere".