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di Elisabetta Andreis

Corriere della Sera, 12 luglio 2023

Tribunale dei minori, l’addio del procuratore capo: per vent’anni è stato ai vertici del Tribunale dei Minori di Milano e da otto è procuratore capo. Si trasferisce a Bologna come Avvocato generale della Corte d’Appello. Gli scatoloni del trasloco da una parte, i colleghi della vita milanese dall’altra e poi il Questore, il Prefetto, la presidente della Corte d’Appello e la presidente del Tribunale per i minorenni dove per vent’anni è stato ai vertici e negli ultimi otto, Procuratore capo. Oggi è l’ultimo giorno di lavoro per Ciro Cascone che si trasferisce a Bologna come Avvocato generale della Corte d’Appello.

Quali emozioni nel lasciare l’ufficio dopo tanti anni?

“Sono contento per la nuova avventura ma mi dispiace andarmene in un momento così critico. Il processo civile telematico obbligatorio entrato in vigore il 30 giugno si profila come uno scoglio enorme. In Procura abbiamo 4.000 fascicoli pendenti da centinaia di pagine che dovremmo digitalizzare da soli, non essendo state assegnate forze straordinarie. In aggiunta il nuovo programma informatico mal si concilia con la nostra strumentazione e nessuno di noi ha avuto una formazione adeguata. Le risorse sono insufficienti. La sintesi è che siamo burocraticamente in stallo mentre il lavoro vero, quello operativo, procede a ritmi serratissimi su molti fronti”.

Il primo di questi fronti?

“Le ondate di minori stranieri non accompagnati che non si integrano anche perché le comunità sono sature e sguarnite di educatori esperti. Anche quando a fronte di sforzi sovrumani si trova una sistemazione spesso scappano, tornano a Milano, e noi li ritroviamo quando commettono reati. Risultano senza fissa dimora più di un quinto dei rei complessivi dell’ultimo anno, il 20 per cento: una percentuale enorme”.

Qual è la fotografia dei reati, secondo gli ultimi dati della Procura?

“Da giugno 2022 a giugno 2023 il 69% dei reati, tipicamente rapine con coltellini e spaccio, è stato commesso dalle cosiddette baby gang formate per il 72% da stranieri e italiani di seconda generazione”.

Quali misure sono state adottate più di frequente?

“Nel 35% dei casi abbiamo dovuto ricorrere al carcere, nel 40% all’inserimento in comunità. Per il 22% dei ragazzi ci siamo affidati ai domiciliari che non sempre si rivelano la migliore soluzione”.

In vent’anni di lavoro con i minori, cosa ha notato?

“La società sta cambiando, non sempre in meglio. I problemi classici dei ragazzi si sono acuiti, abbiamo una povertà educativa che fa paura, tanti malesseri per cui il Covid è stato solo un detonatore, derive psichiatriche difficilissime e non vedo interventi adeguati per affrontarli. Servirebbe una mappatura di questo malessere a partire dalla dispersione scolastica, fenomeno che sfugge di mano. Se un ragazzo non va scuola diventa incapace di usare il pensiero critico, incapace di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni, incapace di ascoltare e autocontrollarsi: sarà pronto soltanto ad agire”.

I presidi sociali fanno acqua?

“Sono ragazzi invisibili non solo per la scuola e per le famiglie con cui non comunicano, ma anche per le istituzioni. Se il Tribunale e la Procura per i minorenni vengono lasciate così povere di risorse, da dove si pensa di partire? In estate in giro per i quartieri popolari, pensiamo a San Siro, ci sono migliaia di adolescenti che per ragioni di famiglia non possono partire in vacanza e non hanno niente da fare perché mancano attività organizzate. La speranza è che non si mettano a delinquere. Non ci si rende conto che i ragazzi devianti si traducono in costi sociali enormi per la nostra comunità”.