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di Luca Fazzo


Il Giornale, 3 novembre 2020

 

Uno svuota-carceri che non svuota niente: il decreto annunciato dal ministro della Giustizia per fronteggiare l'emergenza Covid all'interno degli istituti penitenziari si sta rivelando, alla prova dei fatti, quasi ininfluente sulla situazione di San Vittore, Opera e Bollate, le tre strutture detentive milanesi.

Le prime due sono state investite anche dalla seconda ondata, ma dovranno continuare a fare i conti con la situazione di affollamento che è il più micidiale brodo di coltura per il virus. Anche se sia in cella che all'ora d'aria è obbligatorio l'uso della mascherina (che viene tra l'altro sostituita ogni giorno), il contatto ravvicinato, soprattutto durante i pasti, è un fattore di rischio quasi insormontabile.

Il focolaio più recente è stato quello scoppiato nel reparto di Opera che ospita i cosiddetti "articoli 21", detenuti che escono di giorno per lavorare. Dopo la positività di uno di loro, sono stati tamponati tutti, e i cinque risultati positivi sono stati trasferiti a San Vittore dove con il riesplodere dell'epidemia è stato riaperto l'hub per i malati di Covid che fa da centro di accoglienza per tutta la regione.

Nel frattempo il reparto di Opera (e quello contiguo che ospita i semiliberi) è stato blindato, con sospensione delle uscite fino al secondo tampone. Proprio i semiliberi saranno però tra i pochi ad avere vantaggi concreti dal decreto che giovedì scorso il ministero ha varato per limitare l'impatto della seconda ondata sulle carceri.

La norma prevede che i semiliberi possano chiedere una serie di licenze anche sopra il tetto massimo previsto, e di fatto trasferirsi nella propria abitazione fino alla fine dell'anno. Già sabato scorso il tribunale di sorveglianza ha ricevuto una ondata di richieste provenienti da Opera, e una volta verificata l'assenza di controindicazioni i detenuti potranno abbandonare il carcere.

Il reparto semiliberi sarà praticamente svuotato. Decisamente più modesto si annuncia l'impatto della seconda misura, che prevede la concessione degli arresti domiciliari a chi ha meno di diciotto mesi di pena ancora da scontare. In realtà si tratta di un rinnovo della norma che, raccogliendo anche le richieste dei detenuti, era stata varata in primavera e che già allora nelle carceri milanesi aveva inciso poco.

Chi poteva uscire è uscito allora, così adesso le uniche domande a venire esaminate dal tribunale saranno le istanze dei detenuti che hanno maturato nel frattempo il requisito dei diciotto mesi di pena residua. Ma qua si andrà a sbattere contro un altro ostacolo: la disponibilità dei braccialetti elettronici, che il detenuto deve accettare per ottenere i domiciliari.

Ma i braccialetti scarseggiano, e la lista d'attesa per vedersene assegnare uno a Milano dura in genere parecchie settimane, e fino ad allora l'aspirante resta in carcere. Per questo il decreto prevede che entro dieci giorni si faccia il censimento dei braccialetti necessari, per avviare l'approvvigionamento; se i tempi saranno i soliti, arriveranno (si spera) a pandemia finita.