sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Joy Bongiovanni

gnewsonline.it, 5 settembre 2026

“La sventura è l’occasione della virtù” diceva Seneca. E forse non c’è aforisma più adatto per raccontare la storia di Matteo e della sua cooperativa Atacama360, fondata all’interno della Casa di reclusione di Bollate, alle porte di Milano. Supportata dall’associazione “Sesta opera San fedele” e dalla società benefit “Digital360”, Atacama permette alle persone che vivono situazioni di difficoltà, come detenuti ed ex detenuti, di diventare registi, cameramen, fonici e direttori della fotografia. Sul sito si legge: “Le aziende che si affidano a noi partecipano da protagonisti a un grande progetto sociale e cambiano il mondo, un video alla volta”.

Matteo, fondatore e responsabile dei progetti speciali, riavvolge il nastro della sua esistenza e racconta a gNews come tutto è iniziato. Torna ai suoi diciannove anni, all’arresto, al carcere e al momento in cui ha deciso che le sbarre non dovevano essere un confine ma una soglia. Da un luogo nato per punire e separare, ha creato qualcosa per far stare bene. “Il carcere non mi ha fermato - rivela -. Mi ritengo molto fortunato e in questa mia fortuna c’è un grande desiderio di restituzione e di riparazione”.

Matteo, quando hai deciso di fondare una cooperativa sociale per aiutare altre persone recluse?

Sono stato arrestato quando ero molto giovane, frequentavo ancora il quarto superiore quando sono entrato a Bollate. Attualmente sono in affidamento in prova ai servizi sociali, ho fondato Atacama360 quando ero in articolo 21. In carcere ho conseguito la laurea in pedagogia e ho lavorato come educatore in una comunità per ragazzi in difficoltà. Anche da qui nasce il mio rispetto verso il mondo dei giovani e degli adolescenti. Leggendo un piccolo paragrafo della legge sull’ordinamento penitenziario, mi sono accorto che, anche se detenuto, potevo essere socio di una cooperativa. Da qui è arrivata l’idea: volevo creare una mia realtà e non essere semplicemente un dipendente di terzi.

Come mai proprio una casa di produzione musicale?

La musica è un ottimo strumento di prevenzione alla devianza perché permette ai giovani di esprimersi liberamente. Nel 2019, insieme ad alcuni amici, conosciuti durante un evento musicale, abbiamo partecipato al bando del Comune di Milano ‘Scuola dei quartieri’ e, tramite il finanziamento da 25mila euro a fondo perduto, abbiamo mosso i primi passi. Atacama è arrivata subito dopo: nel 2021 abbiamo aperto un piccolo studio di registrazione in zona San Siro e ci siamo fatti conoscere. Organizzavamo eventi e corsi di formazione, soprattutto per persone che avevano problemi psico-sociali o economici e, tramite la musica, riuscivano a responsabilizzarsi e a formarsi.

Che cosa facevi in carcere prima di fondare la cooperativa?

Insieme all’altro socio di Atacama, tra il 2015 e il 2019 avevamo fondato un’associazione dal nome ‘L’operatore della raccolta differenziata’. Con il supporto dell’Amministrazione penitenziaria, abbiamo creato un modello lavorativo per far sì che l’addetto alle pulizie possa smistare i rifiuti correttamente, pesarli e fornire un report dettagliato alla direzione. Tutto ciò per ottenere uno sgravo significativo sulla tassa sui rifiuti. Abbiamo creato 18 posti di lavoro fissi. La nostra idea iniziale prevedeva di convertire il carcere in un piccolo centro di trasformazione rifiuti e abbattere i costi del 90%, trasformando l’umido o creando manufatti con gli scarti della plastica. Non ci è stato permesso ma credo che il servizio di smistamento, pesatura e report sia ancora attivo all’interno di Bollate.

Perché il nome Atacama?

È il deserto più arido al mondo, si estende dal Cile al Perù, e lì solo per pochi giorni all’anno crescono dei fiori stupendi. È un evento tanto eccezionale quanto volatile. Mi piaceva questa metafora per la nostra cooperativa, perché rappresentava comunque una rinascita, anche se breve. Nella nostra cooperativa ci sono persone che, ognuno a suo modo, ha vissuto difficoltà: due ex detenuti, un over 55 che aveva perso il lavoro e un professionista del settore che ha sposato la nostra causa.

Da una piccola casa discografica siete diventati una realtà affermata sul mercato dell’audio-video e lavorate anche con aziende importanti nel panorama nazionale…

Abbiamo iniziato con un piccolo studio di registrazione ma sentivamo l’esigenza di andare sul mercato. Per questo ci siamo sempre più professionalizzati e, dal 2023, abbiamo sviluppato una doppia anima con due attività distinte: quella prettamente commerciale, da cui deriva tra il 60 e il 70 % delle entrate, e in cui spesso lavorano anche detenuti ed ex detenuti, e quella sociale, grazie a contributi di fondazioni e associazioni, per la realizzazione di corsi professionalizzanti per i cosiddetti Neet, i ragazzi che non studiano e non lavorano, e giovani in stato di disagio. Così Atacama coniuga prevenzione e reinserimento sociale senza mai smettere di essere un contenitore di creatività.

Voi lavorate con il metodo learning by doing, puoi spiegarci meglio?

Sì, attuiamo un metodo di lavoro che permette di responsabilizzarsi lavorando: diventi professionista dall’esperienza. Arrivi da noi e lavori sin da subito, ti affianchiamo un senior che assicura la buona riuscita del prodotto mentre fai formazione sul campo. In questo modo, dopo sei mesi o un anno sei pronto per il mondo del lavoro. Noi fungiamo spesso da tramite: molti, dopo aver iniziato a formarsi e a lavorare con noi, poi continuano in proprio o vengono assunti da altre aziende. Questo ci rende molto soddisfatti.

Avere dei dipendenti che provengono dal circuito penale può essere un limite o un plus?

Come azienda abbiamo parecchi sgravi fiscali assumendo persone che provengono da situazioni di svantaggio. In particolare per i lavoratori detenuti ed ex detenuti arriviamo a un abbattimento del costo di quasi il 95%. Alcuni nostri clienti hanno bisogno di fare reputation branding e posizionarsi sul mercato come realtà inclusive, e questo può sicuramente agevolarci. In altri casi, invece, impiegare detenuti, ex detenuti o persone svantaggiate può diventare limitante, perché spesso non veniamo considerati al pari di altre agenzie e quindi provano a tirare sul prezzo. Per il nostro metodo di lavoro abbiamo avuto anche delle grandi perdite, ma fa parte del gioco: si perdono clienti anche quando hai tutti Maradona in squadra!

Cosa c’è nel futuro di Atacama360?

Continueremo l’erogazione dei corsi e quest’anno per la prima volta saremo anche a Velletri, oltre che Bollate. Tra l’altro risultiamo vincitori del bando Repubblica digitale del Cnel e saremo anche a Milano e Pavia. Anche se la nostra anima sociale determina più un costo che un ricavo, continuiamo a investire nel settore della formazione e della prevenzione. Vorrei generare un vero cambiamento nell’organizzazione dell’impresa sociale in carcere. Ho scritto un progetto, quando studiavo per il master in Project management al Politecnico di Milano, per la creazione di una piattaforma dove le aziende possano inserire il loro job description desiderato e noi, dopo aver formato detenuti, ex detenuti, Neet, mettiamo in contatto l’azienda con il lavoratore appena formato. Sarebbe bello poterlo realizzare, perché riuscirebbe ad abbassare il tasso di recidiva, che è uno dei principali problemi legati al carcere.