di Rossana Linguini
Gente, 15 aprile 2022
Nel carcere di Opera le “carrette del mare” che hanno attraversato il Mediterraneo vengono smantellate per realizzare strumenti musicali. Così i detenuti imparano un mestiere rendendo omaggio a chi ha perso la vita.
“L’obiettivo è creare l’orchestra del mare”, dice Mosca Mondadori - Dentro il carcere di Opera, il più grande d’Italia e quello con il maggior numero di detenuti al 41-bis, ci sono dieci “carrette del mare”, scelte tra le tante con cui i migranti hanno sfidato la sorte e i flutti del Mediterraneo per approdare all’isola di Lampedusa. A farle arrivare qui è stato Arnoldo Mosca Mondadori, presidente della Fondazione Casa dello spirito e delle arti, che le ha ottenute in affido dalla ministra degli Interni Luciana Lamorgese. E a quei barconi che hanno ancora memoria delle grida disperate di chi ha attraversato l’inferno, vuole ora dare una nuova vita, di riscatto e speranza. “Tutto è cominciato dieci anni fa”, ci spiega lo scrittore e filantropo, “quando abbiamo iniziato la collaborazione con il carcere di Opera creando un laboratorio di liuteria in cui i maestri dell’istituto Stradivari di Cremona insegnavano a un gruppo di persone detenute a costruire violini”.
Quando è arrivata la pandemia, Mosca Mondadori - che era stato promotore della Porta di Lampedusa, la gigantesca opera di Mimmo Paladino che domina l’ultimo promontorio a sud dell’isola, la prima cosa che vede chi arriva dal mare, dedicata a chi ad arrivare non è riuscito - vuole dare un segno di speranza. Così porta alla casa di reclusione di Opera Francesco Tuccio, falegname dell’isola siciliana e artigiano delle croci realizzate con i legni dei barconi.
“Al laboratorio di liuteria e falegnameria abbiamo cominciato a realizzare croci e presepi della natività”, ricorda Mosca Mondadori, “poi ci è venuta l’idea: e se provassimo con un violino? Lo abbiamo fatto, e ha funzionato. A febbraio il primo Violino del Mare è stato benedetto da Papa Francesco e i quattro musicisti che lo hanno suonato, tra cui Carlo Parazzoli, primo violino dell’Accademia di Santa Cecilia, sono rimasti colpiti da questo suono profondo e allo stesso tempo dolce, con un’identità e un timbro inconfondibili”. Ora l’obiettivo è creare un’Orchestra del Mare, un quartetto d’archi entro la fine dell’anno, cioè una viola, un violoncello e un altro violino da aggiungere a quel che c’è già, e che si trova ora al Museo di Cremona, e altri strumenti ancora nel 2023. “Potranno essere prestati a organici in Italia o all’estero”, continua Mosca Mondadori, “e chi suonerà questi strumenti darà voce a chi la voce l’ha persa cercando di coronare il sogno di arrivare in Europa”.
È una delle due anime del progetto, che si chiama Metamorfosi: l’altra riguarda il riscatto di chi concretamente lo realizzerà. Andrea, Claudio, Nicolae e Vincenzo, persone detenute che per tre giorni a settimana lavorano al laboratorio, a fianco al maestro liutaio Enrico Allorto. “Qui bisogna saper fare un po’ di tutto, ma poi ognuno ha una sua specialità”, spiega Andrea, il più esperto. Per il primo Violino del Mare si è occupato del manico e della cassa piroli, cioè dello spesso in cui poi verranno inseriti i piroli per tendere le corde. Claudio, invece, ha fatto i piroli, mentre Nicolae si è occupato delle “effe” e della catena interna che dà il suono al violino. “Quando sono arrivato qui per passare il tempo facevo oggetti con il cartone e gli stuzzicadenti, macchinine o camion”, racconta Nicolae. “Un po’ di manualità la devo avere nel sangue, solo che fuori non lo sapevo, l’ho scoperto qui”. Il laboratorio è un gioiello, impeccabile e ordinatissimo. In una scatola ci sono i chiodi recuperati dai barconi smontati, in un’altra gli oggetti più piccoli trovati sottocoperta: una sneaker da neonato, un fischietto giallo con uno smile disegnato, un cappellino. “La difficoltà di fare un violino con il materiale di recupero dei barconi non sta solo nelle caratteristiche del legno”, spiega il maestro liutaio, “ma anche nell’esigenza di mantenere la vernice originale, che ci impedisce di scolpire i pezzi, come si fa di solito, e ci obbliga a inventarci un modo nuovo”. Bagnare quei legni che sanno ancora di acqua salmastra e nafta, piegarli con il calore, giuntarli tra di loro.
Prima però bisogna finire di smontare i legni dal grande barcone con la chiglia poggiata sui bancali, che di ora in ora somiglia sempre più a uno scheletro blu. Il barcone è uno dei sette custoditi davanti al laboratorio: gli altri tre sono stati sistemati in un’ampia area verde su cui affacciano le palazzine dei colloqui per volere del direttore del carcere di Opera Silvio Di Gregorio. “Mentre lavoriamo a questa Orchestra del mare, a cui affideremo il compito di richiamare l’attenzione su tutti gli uomini, che sono uguali anche quando prendono strade diverse”, ci spiega, “abbiamo voluto realizzare questa Piazza del Silenzio, con gli scafi di tre barconi. È l’occasione per richiamare l’attenzione di chi entra in carcere in visita dall’esterno, penso per esempio alle scolaresche, sul fatto che qui dentro ci sono degli uomini, e non è detto che chi è finito in carcere non possa essere una ricchezza per gli altri, dentro o fuori. E per ricordare che ognuno ha diritto a ricostruirsi il proprio futuro, non facendo finta che il reato che ha commesso non ci sia, ma partendo proprio da quello per non ricadere negli errori del passato”. Un luogo potente e simbolico, che sarà completato tra qualche giorno. “Quando la barca che stiamo smontando sarà solo uno scheletro”, conclude il direttore Di Gregorio, “porteremo qui anche quella. Sarà il simbolo del progetto, della metamorfosi: tu come uomo ti devi mettere a nudo, e una volta che avrai ritrovato te stesso, potrai ricominciare”.










