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di Edoardo Venditti

La Stampa, 18 novembre 2025

Il progetto che unisce formazione, lavoro e riabilitazione. La cooperativa “Alice” che coordina il progetto: “Cerchiamo di accostare il concetto di bellezza a un contesto dove di bello non c’è nulla”. Quartiere Stadera, Milano Sud. “Guarda che bella foto, io ero un po’ più giovane”. Una signora di mezza età stringe tra le mani il suo cellulare, nello schermo una foto che la ritrae con alcune colleghe: in mezzo a loro c’è il presidente della Corte d’Appello di Milano, Giuseppe Ondei, che indossa sorridente la sua nuova toga. Bellissima, con il cordoniere color oro e il bavero bianco. Elegante e raffinata, come solo le antiche tecniche artigianali sanno rendere.

Quelle mani che stringono il cellulare, sono le stesse che quella toga - qualche anno fa - l’hanno realizzata. Filo dopo filo, cucitura dopo cucitura. “Anche Paola Severino è venuta a farsi la toga da noi”, racconta un’altra con un leggero accento sudamericano. A parlare sono infatti le artigiane della Sartoria San Vittore, un marchio nato oltre trent’anni fa dalla Cooperativa Alice. Qui le toghe vengono confezionate a mano da donne detenute all’interno delle carceri di Milano Bollate e di Monza, oppure in un laboratorio esterno dove lavorano una decina di sarte in regime di semilibertà, ai domiciliari o in situazioni di fragilità.

Ed è proprio in questo laboratorio “fuori”, a Milano sud, che sei donne sono ora chine sulle proprie postazioni da cucito. C’è chi è intenta a ricamare, chi a tagliare stoffe, chi a rammendare. L’odore è quello aromatico dei tessuti pregiati allo stato grezzo, l’atmosfera è quella rilassata e rilassante dei luoghi di lavoro dove tutti si danno da fare senza rinunciare a una battuta e a qualche chiacchiera.

L’obiettivo è chiaro: aiutare queste e tante altre donne a rifarsi una vita oltre la detenzione. Ma tutto parte da una premessa fondamentale: “Senza lavoro non c’è riabilitazione - spiega Laura Radice di Cooperativa Alice -. Quando hai un contratto, ti proietti anche mentalmente in un’idea di futuro. In fin dei conti, si tratta solo di dare una speranza a chi vuole cambiare vita”. Le statistiche sulla recidiva criminale le danno ragione: in Italia, circa il 70 per cento di chi ha finito di scontare la pena torna a delinquere, ma i tassi di recidiva calano al 2 per cento per quei detenuti che hanno avuto la possibilità di un inserimento professionale.

Il lavoro come strumento di riabilitazione, dunque, come mezzo di accompagnamento a una realtà all’aria aperta, lontano dalle sbarre. Ma soprattutto un modo per rimanerci nel tempo, lontano dalle sbarre. È così che nel 1992 è nata Cooperative Alice e il suo brand Sartoria San Vittore. Che, come racconta Laura, deve il nome al fatto che “il progetto è partito inizialmente all’interno del carcere San Vittore di Milano con i detenuti che realizzavano costumi scenici per il Teatro La Scala o La Fenice di Venezia”. Quel laboratorio nel corso degli anni ha chiuso i battenti, ma l’eredità è proseguita nelle carceri di Bollate e Monza. E come una qualsiasi impresa che cerca di stare sul mercato, barcamenandosi tra astratte oscillazioni di domanda e offerta, la Cooperativa ha deciso nel tempo di ampliare la produzione: dalle toghe forensi all’artigianato di lusso, sempre mantenendo il nome originario.

Ma perché, tra tante attività, proprio quella di cucire e modellare tessuti? “Per accostare simbolicamente il concetto di bellezza a un contesto, quello carcerario, in cui di bello non c’è proprio nulla - aggiunge Laura -. Cerchiamo di sconfiggere gli stereotipi che pesano in questo ambiente. Ai nostri artigiani diciamo: non siete dei delinquenti, siete professionisti che producono bellezza, che sia una pregiata toga di un giudice o una borsa di Armani o di Zanellato”. Non solo: qui c’è anche l’idea di dare il proprio contributo per salvare il Made in Italy, quello vero, tramandando tecniche e maestrie antiche altrimenti destinate a perdersi entro pochi anni. La rivincita dell’uomo sulle macchine, insomma, la rivincita dell’umanità sul cinismo sociale.

L’equazione, suffragata dai dati, dice che per cambiare vita serve il lavoro. Ma è anche vero che non c’è lavoro senza formazione: motivo per cui il progetto di Cooperativa Alice parte sempre con l’attivazione dentro il carcere di corsi di sartoria - della durata di circa sei mesi - tenuti da maestri artigiani che vantano esperienze con brand come Armani, Jil Sander e Renato Corti. Con tutte le difficoltà del caso, basti pensare ai rigidi controlli all’ingresso e al trasporto dei macchinari “dentro”. Poi, al termine dei corsi, c’è l’assunzione dei detenuti selezionati, indipendentemente che siano in carcere o in regime di semilibertà. Con contratto regolare, come magari non hanno mai visto prima, con stipendio nel rispetto dei contratti collettivi nazionali, con malattie, ferie e tredicesima. Al momento, sono circa quindici i detenuti assunti dalla Cooperativa Alice.

“Paradossalmente la parte più delicata del percorso carcerario è riavvicinarsi alla libertà quando la pena sta per finire”, conclude Laura. E non lo dice tanto per dire, ma basandosi su anni di esperienza nel settore della riabilitazione dei detenuti. “Quando sono dentro non devono pagare bollette o affitto, spesso non hanno mai lavorato regolarmente e non sono a conoscenza di tutta una serie di responsabilità come, per esempio, dover comunicare che non si può venire a lavoro quando si sta male. Rimangono le difficoltà, certo, ma questa sartoria per loro è innanzitutto un processo di rieducazione che li prepara a tornare alla vita fuori”.

Alle spalle di Laura c’è una teca di vetro che contiene diversi prodotti realizzati dalla Sartoria San Vittore. Tra tutti spicca un pupazzo colorato, assemblato nelle sue varie parti con diversi pezzi di stoffe riciclate. “Rappresenta un assolotto, un animale che si rigenera sempre”, spiega Laura. Rigenerarsi, insomma. Proprie come le sarte nell’altra stanza alle prese con tessuti, ago e filo. Si sente ritmico il rumore delle macchine da cucito. È un suono bianco, un suono che sa di libertà.