di Giorgio Paolucci
Avvenire, 26 ottobre 2023
Marcello D’Agata, recluso nel carcere di Opera, un passato da mafioso di primo piano, ha raffigurato la “Madonna che scioglie i nodi” e oggi l’ha consegnata a Francesco. Un cammino di conversione. “Conosciamo la devozione di papa Francesco per l’immagine della Madonna che scioglie i nodi, per questo abbiamo deciso di donargli un quadro che la raffigura. E dipingerlo è stato un altro passo nel mio percorso di fede” Il “pittore” si chiama Marcello D’Agata, recluso nel carcere di Opera, alle porte di Milano, condannato all’ergastolo e con trent’anni di “branda” (come si dice in gergo carcerario) già scontati. Oggi al termine dell’udienza del mercoledì in piazza San Pietro consegna il quadro al Papa, accompagnato da altri due detenuti, dal responsabile del Gruppo Filatelia nelle carceri, Danilo Bogoni, dal direttore di Opera, Silvio Di Gregorio, e da due educatrici.
Il passato remoto di D’Agata parla di una carriera mafiosa di primo piano, di stretti legami con la famiglia catanese di Nitto Santapaola, di otto anni trascorsi in regime di 41 bis. Il passato prossimo e il presente raccontano invece un’esistenza trasformata in profondità dalla riscoperta della fede e dalla passione per la pittura.
Sette fratelli, un’infanzia serena, la scuola dei salesiani a Catania, la Messa ogni mattina accompagnata dalla preghiera davanti all’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Poi la vita sbanda, si moltiplicano le amicizie sbagliate fino a quando, “convinto da un falso maestro ho lasciato che il male si impadronisse di me e sono finito in galera. Ma Dio non si è dimenticato del figlio che si era perduto, e ora che ho trovato il vero maestro non lo mollo più”.
C’è un episodio decisivo nel suo percorso: mentre si trova recluso in regime di carcere duro, un giorno riceve una lettera da un altro detenuto e dentro la busta trova un’immagine del Sacro Cuore, esattamente la stessa davanti alla quale da piccolo aveva pregato ogni mattina. “Non poteva essere un caso, nessuno era a conoscenza di quella devozione che coltivavo quando frequentavo le scuole elementari. Ho capito che proprio nel momento più buio si accendeva una luce: Gesù era venuto a cercarmi”.
Il suo dialogo con Dio segue le strade di un percorso artistico accompagnato dalla professoressa Chiara Mantovani che a Opera gestisce laboratori per le persone detenute in alta sicurezza (AS1). “A sessant’anni suonati ho scoperto un mondo che mi affascinava ma dove mi sentivo inadeguato. Chiara diceva: “Non preoccuparti delle difficoltà, mentre dipingi prega”. E dopo tredici anni di attività continuo a farlo”. Per consentirgli di coltivare la sua passione, la direzione del carcere ha concesso a D’Agata un piccolo locale che trabocca di quadri, alcuni a sfondo religioso, altri che rappresentano personaggi significativi (Mattarella, Borsellino). Alla finestra una piantina di basilico, “è il mio giardino, mi accontento di poco”. L’opera più recente è un ritratto di don Luigi Giussani, che ha “conosciuto” visitando una mostra dedicata al fondatore di Comunione e Liberazione allestita nel penitenziario.










