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di Chiara Ludovisi

vita.it, 5 dicembre 2025

 “Non faccio volontariato: vado in carcere. Poi io esco, loro restano”. Da quasi 30 anni, Daria Bignardi entra periodicamente nel carcere di San Vittore a Milano e in altri istituti penitenziari, non solo come giornalista ma anche per collaborare alla realizzazione di attività culturali. Perché lo fa? Non certo per dare, piuttosto per ricevere. Daria Bignardi fa volontariato da molti anni, ma in questa espressione non si riconosce: lo ha detto e scritto in diverse occasioni e lo conferma anche ora. Non si sente “una volontaria” quando entra in carcere per incontrare i detenuti e trascorrere con loro alcune ore: scrivendo, leggendo, discutendo e confrontandosi.

Eppure lei oggi ha “l’articolo 78”, ossia quell’articolo della legge 354/1975 relativa all’ordinamento penitenziario che disciplina gli “assistenti volontari”: “persone idonee all’assistenza e all’educazione” che l’amministrazione penitenziaria, su proposta del magistrato di sorveglianza, “può autorizzare a frequentare gli istituti penitenziari allo scopo di partecipare all’opera rivolta al sostegno morale dei detenuti e degli internati, e al futuro reinserimento nella vita sociale” e che “possono cooperare nelle attività culturali e ricreative dell’istituto sotto la guida del direttore”. Da quasi 30 anni, Bignardi entra periodicamente nel Carcere di San Vittore a Milano e in altri istituti penitenziari, non solo come giornalista ma anche - appunto - per collaborare alla realizzazione di attività culturali. Perché lo fa? Non certo per dare, piuttosto per ricevere: su questo non ha dubbi.

Alla sua esperienza in carcere ha dedicato il suo penultimo libro, “Ogni prigione è un’isola” (Mondadori, 2024), mentre l’ultimo, appena pubblicato per gli stessi tipi si intitola “Nostra solitudine”. Per lo più il racconto di un lungo viaggio, eppure anche tra queste pagine il volontariato trova posto, se lo intendiamo come incontro con l’altro, ascolto e soprattutto “scambio”. Perché è proprio questa la parola che Bignardi ha scelto per indicare il motore che la spinge a dedicare il proprio tempo libero in maniera gratuita a chi si trova in detenzione.