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di Lorenzo Zacchetti

milanotoday.it, 7 aprile 2025

Nelle carceri dell’area metropolitana convivono problemi raccapriccianti e riconosciute eccellenze riabilitative. Nel mezzo di questi estremi ci sono gli esseri umani che, a ogni età, vengono travolti da conseguenze drammaticamente ingiuste, talvolta persino più aberranti dei reati commessi. Il sovraffollamento arriva al 148%. Sulla scia di recenti casi di cronaca, torna di attualità la crisi carceraria. Per la verità, il problema è endemico: non è cambiato praticamente nulla dopo le condanne che la Cedu (Corte europea per i diritti dell’uomo) ha comminato all’Italia per le condizioni di vita a cui sottopone i detenuti.

Va però segnalato un timido accenno di risveglio da parte della politica, con i consiglieri milanesi che tornano a proporre di spostare una seduta consiliare da Palazzo Marino a San Vittore, come tangibile segno di attenzione e vicinanza nei confronti di chi si trova privato della libertà e spesso anche della dignità. La Commissione Carceri del Comune ha inoltre recentemente audito il garante dei detenuti Francesco Maisto, il cui report ha fatto sobbalzare sulla sedia diversi rappresentanti dei cittadini. Vediamo ora, istituto per istituto, quali sono i problemi che in alcuni casi persistono da decenni.

Benvenuti a San Vittore, il carcere più sovraffollato d’Italia

È considerato il paradigma di tutto ciò che non funziona nel settore carcerario e persino la sua collocazione fisica, ai confini del centro cittadino, rappresenta un problema di difficile soluzione. Da tempo si discute dell’opportunità di spostarlo in periferia, idea che si incrocia con il progetto di realizzare una cittadella della Giustizia a Porto di Mare, ma non mancano gli elementi critici. Oltre alla non semplice ridefinizione della destinazione d’uso dell’area prospiciente Piazza Filangeri, molti temono che spostare la casa circondariale fuori dalla Cerchia dei Navigli significhi nascondere la polvere sotto il tappeto, allontanando l’evidente vulnus dagli occhi di residenti e visitatori. E le problematiche di San Vittore sono davvero tante, anche perché l’edificio risale al 1879, come si evince anche dalla scelta architettonica del panopticon: secondo il modello affermatosi nel ‘700, la realizzazione di più “raggi” che si diramano dalla piazza centrale consente di sorvegliare contemporaneamente tutti i detenuti nelle varie sezioni, senza permettere loro di sapere quando il controllo nei loro confronti sia attivo o meno.

La vetustà della struttura comporta una serie di pesanti disagi, dal caldo torrido in estate al gelo in inverno, condizione ancora più gravosa in ragione del fatto che molti detenuti versano in condizioni economiche difficili e, senza l’aiuto dei volontari, non avrebbero nemmeno abiti pesanti a sufficienza da reggere le temperature rigide. La stratificazione della popolazione carceraria è decisamente complessa anche per altri parametri. La maggioranza dei detenuti è in attesa di giudizio, tipologia nella quale rientra una varia umanità che, nel caso specifico, comprende un’elevata percentuale di stranieri e circa 200 persone con disturbi psichici diagnosticati, da sommare a coloro che - pur avendo quadri clinici analoghi - non sono mai giunti a una certificazione. Il disagio mentale si incrocia inoltre con la dipendenza da sostanze stupefacenti, farmaci e/o alcool, che causa situazioni di ulteriore aggravamento delle condizioni. Gli abusatori dichiarati di sostanze sono circa 600, ovvero oltre la metà della popolazione complessiva, cosa che lascia intuire come la quota effettiva sia sensibilmente maggiore.

Sono più di 280 i giovani adulti (fascia 18/25 anni), molti dei quali proprio all’ingresso in carcere hanno avuto il loro primo contatto con medici e psicologi, provenendo da situazioni che definire di fragilità è persino eufemistico. Il mix di problematiche è quindi allarmante e il team di psicologi chiamato a gestirlo si è clamorosamente ridotto da 9 a 5 unità. Tra chi è rimasto si nota un certo timore nell’espletare le proprie funzioni e in particolare nel diagnosticare disturbi psichici, visto anche il recente caso-Pifferi: diversi professionisti sono stati indagati con l’accusa di aver falsato dei test per alleggerire la posizione della donna, condannata all’ergastolo per aver lasciato morire la figlia di appena 18 mesi. Lo scorso 17 marzo, inoltre, una psicologa ha subito abusi sessuali da parte di un detenuto che, dopo averla attirata in una stanza con una scusa, ha minacciato di tagliarle la gola con una lametta da barba.

Prima ancora di queste terribili vicende, Maisto aveva segnalato il problema rappresentato dal fatto che il numero degli operatori fosse stabilito sulla base della capienza ufficiale e non sulla quantità di detenuti effettivamente presenti. Eppure, il lavoro di questi esperti sarebbe fondamentale anche per la prevenzione dei suicidi, funzione che si espleta già a partire dal colloquio di ingresso con chi entra per la prima volta in carcere. Sul piano sanitario c’è un presidio medico-infermieristico attivo 24 ore al giorno e un consistente numero di specialisti, ma è vacante la direzione sanitaria, affidata a un coordinatore facente funzioni.

Lo stesso, peraltro, riguarda la direzione generale dell’istituto, recentemente affidata a Elisabetta Palù quale reggente. Tra i problemi rilevati personalmente da Maisto si annoverano prodotti acquistati all’esterno e non conformi rispetto agli ordini eseguiti, oppure giunti a destinazione in grave ritardo. Piuttosto esplicativo l’esempio della visita in dispensa, nella quale si sono trovate delle patate già germogliate.

Perché si muore anche nel carcere modello di Bollate

Diretto da Giorgio Leggieri, è il più moderno delle carceri milanesi, essendo stato costruito nel 2000. Specialmente durante la direzione di Lucia Castellano (dal 2002 al 2011, anno in cui è stata nominata assessora nella Giunta Pisapia) si è affermato come modello di riabilitazione, grazie allo sviluppo di attività che proseguono ancora oggi, in un panorama che spazia dall’asilo nido - che accoglie tanto i figli delle donne ristrette quanto i bambini del territorio - fino al ristorante InGalera, così raffinato da essere segnalato nelle guide culinarie e raccontato nel documentario “Benvenuti in galera”, disponibile su RaiPlay. Decisamente interessante anche il giornale dei detenuti, chiamato “Carte Bollate” con un efficace calembour. Tendenzialmente, i detenuti godono di un’ampia libertà di movimento all’interno della struttura e le celle vengono chiuse quasi esclusivamente durante la notte. Il modello della “vigilanza dinamica”, come viene chiamata in gergo una quota di libertà di movimento riconosciuta ai detenuti, talvolta comporta il rischio di fughe, come avvenuto la scorsa estate, ma è utile ad abbassare i tassi di recidiva.

Circa la metà dei detenuti e delle detenute ha un impiego lavorativo (con tendenza alla crescita, viste le nuove opportunità recentemente introdotte), contro una media nazionale di poco superiore al 30%. Si tratta di una policy in perfetta linea con i dati raccolti dal Cnel, secondo i quali i detenuti avviati a un impiego hanno una possibilità di recidiva criminale post-scarcerazione pari ad appena il 2%, contro il 70% dei loro compagni di cella. Recentemente, però, si è manifestato un notevole problema con il servizio di money transfer utilizzato dagli stranieri per inviare alle famiglie i compensi guadagnati: alcune criticità connesse alle norme antiriciclaggio hanno spinto al cambio di fornitore, ma quello nuovo si è rivelato poco funzionale.

Sono notevoli anche le opportunità di formazione e il supporto garantito per sei giorni alla settimana da uno staff composto da educatori e operatori esperti in psicologia e criminologia. Sul piano sanitario, c’è stato da poco un cambio nella direzione, che ha comportato una riorganizzazione del lavoro, attraverso l’attribuzione di incarichi e l’individuazione di referenti che rappresenta un unicum rispetto agli altri istituti.

I risultati sono molto soddisfacenti: il presidio medico e infermieristico è garantito 24 ore su 24, così come un adeguato numero di prestazioni specialistiche, sia interne che esterne. Un buon esempio di adattamento a una realtà che vede una presenza sempre più numerosa di malati cronici, oltre che di giovani adulti. Ovviamente, però, i problemi rimangono e l’inatteso suicidio di Francesca Brandoli ha fatto drammaticamente capire come il disagio sia giunto a livelli preoccupanti anche negli istituti più evoluti.

Dal calcio al 41 bis: gli occhi dell’Europa sul carcere di Opera

È una delle più grandi case di reclusione italiane, nonché una delle più note a livello continentale, a causa dell’elevatissima presenza di definitivi e della complessità delle situazioni accolte. Al suo interno sono infatti presenti reparti dedicati a tutti i regimi previsti dal nostro ordinamento: AS (alta sicurezza), Eiv (elevato indice di vigilanza) e 41 bis. Per queste sue caratteristiche, sono stati destinati qui numerosi detenuti famosi: in primo luogo i condannati per reati di mafia come Totò Riina, Bernardo Provenzano, Benedetto “Nitto” Santapaola, Giuseppe Morabito e Graziano Mesina, ma anche il più famoso dei rapinatori italiani, Renato Vallanzasca, il parricida Pietro Maso e il politico Primo Greganti durante la stagione di Mani Pulite, per citarne solo alcuni. Il carcere è regolarmente monitorato da più associazioni: sia Nessuno Tocchi Caino, che qui ha realizzato il docufilm “Spes Contra Spem”, sia Antigone.

Un altro documentario, “Fino all’ultimo pallone”, è stato pubblicato giusto vent’anni fa per raccontare l’originale esperienza del Free Opera Brera. Si è trattato di una sorta di /joint-venture/ con quella che il giornalista Alessandro Aleotti aveva fondato con l’ambizione che divenisse la terza squadra calcistica di Milano e che in quella stagione si concentrò sul sociale, permettendo ai detenuti di prendere parte al campionato di Eccellenza. Ancora più risalente nel tempo è l’esperienza del Gruppo della Trasgressione, che tuttora lavora sulla auto-percezione di chi commette reati e sulle ragioni affettive che anche nelle persone comuni possono portare ad atti di violenza sugli altri o di autolesionismo.

Ben più recente è l’apertura del laboratorio della scuola edile, in collaborazione con Assimpredil Ance, Fondazione Don Gino Rigoldi e diverse sigle sindacali, che ha lo scopo di favorire il reinserimento lavorativo. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal fenomeno dei pestaggi denunciato la scorsa estate da Maisto, al quale si erano rivolti diversi detenuti in cerca di aiuto. Sul piano strutturale si registrano infiltrazioni di acqua sia nella palestra che in diversi uffici, mentre rispetto alla governance si segnala l’assenza di un direttore stabile (al momento l’incarico è affidato una reggente) e il cambiamento sia del comandante della Polizia Penitenziaria, sia della Direzione Sanitaria. Tanto il presidio medico-infermieristico quanto le prestazioni specialistiche sono comunque nei parametri.

IPM Beccaria: altro che “Mare fuori”

Anche qui non c’è un direttore, bensì un reggente. La diffusa situazione è stata stigmatizzata in sede di Commissione consiliare da Valerio Pedroni (Pd), il quale si è detto “allibito”, perché per affrontare i drammatici problemi dei nostri istituti di pena bisognerebbe semmai istituire doppie direzioni. Maisto ha rilevato che il nuovo personale della Polizia Penitenziaria ha un’età media troppo bassa, soprattutto in relazione alla rilevante presenza di giovani adulti, dei quali il 60-65% è composto da stranieri. Ancora più grave è la “perenne” presenza di lavori di ristrutturazione all’interno dell’IPM (Istituto Penale per Minorenni).

Già negli scorsi anni il Garante aveva segnalato la sua perplessità rispetto all’installazione di strutture in metallo su pareti fragili (invece che su quelle in calcestruzzo), così che durante le rivolte diventa facile sfondare i muri usando il peso dei letti. L’incremento della presenza media negli ultimi due anni è dovuto all’aumento dei giovani in custodia cautelare, in particolare in attesa di primo giudizio, in quanto il numero dei definitivi è restato invariato. Sono in crescita anche i casi di assuntori di sostanze illecite, per i quali è attivo lo Spazio Blu, servizio per le problematiche di dipendenza nato in via sperimentale nel 2000 come funzione interna e poi diventato una struttura territoriale che si occupa anche di giovani non sottoposti a restrizioni.

Al momento, gli utenti in carico sono ben 183. Il tema dei tossicodipendenti in carcere è molto delicato e, spiega Maisto, riguarda tanto i minori quanto gli adulti. Per il trasferimento di questi ultimi nelle comunità specializzate il Governo Meloni ha approntato un piano specifico, ma solo poche settimane fa la Corte dei Conti ha raffreddato gli entusiasmi, spiegando che i fondi a disposizione basteranno solo per 236 persone. Meno di una goccia nell’oceano. Per quanto riguarda i minori, il Garante segnala che la tipologia degli attuali ospiti del Beccaria (soprattutto gli stranieri) richiede una detenzione più lunga, perché le comunità non li accettano facilmente.

“È per questo motivo - sottolinea Maisto - che ho parlato della necessità di avere una maggiore capienza all’IPM. Non è che io abbia una mentalità arretrata legata solo alla detenzione: il fatto - conclude il Garante - è che il trasferimento in comunità è davvero un grosso problema”, chiosa. Secondo Diana De Marchi (Pd), è un errore progettare nuovi carceri, senza preoccuparsi di coloro che sono già detenuti, ma anzi rendendo la loro vita sempre peggiore. In particolare per quello che riguarda i giovani, “l’enorme disagio psicologico che si rileva anche tra chi è in libertà fa capire come negli istituti di pena si stia costruendo una vera e propria bomba sociale”, aggiunge la consigliera. Anche sul piano della sicurezza, la situazione è tutt’altro che sotto controllo.

Le recenti rivolte (ben due nello scorso mese di marzo) hanno visto i giovani detenuti dare fuoco ai materassi, scatenando fiamme e fumi nocivi, che hanno intossicato sia due di loro che due agenti. Alessandro Giungi, vicepresidente della Commissione Carceri del Comune di Milano, suggerisce in proposito di fare ricorso a materassi ignifughi, ricordando anche il rogo che la scorsa estate è costato la vita a Youssef, 18enne detenuto a San Vittore.

Maisto invece ribadisce la necessità di adeguare gli spazi a disposizione dei detenuti, ma anche di evitare trasferimenti in carceri per adulti o lontani da Milano, scelte “in contrasto con l’ottica della giustizia penale minorile”. A scatenare l’ultima rivolta, infatti, era stata proprio la notizia che due ragazzi sarebbero stati presto trasferiti a Catania.