Il Giorno, 15 febbraio 2015
"La Corte di Assise d'Appello di Venezia lo aveva condannato, nel giugno 2013, all'ergastolo per avere ucciso un vicino. E lui, nella tarda serata di ieri, si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella del carcere di Milano Opera. Protagonista un detenuto rumeno di 39 anni, Ioan Gabriel Barbuta. Nonostante l'intervento degli uomini della Polizia Penitenziaria, non c'è stato nulla da fare. Purtroppo, nonostante il prezioso e costante lavoro svolto dalla Polizia Penitenziaria, pur con le criticità che l'affliggono, non si è riusciti ad evitare tempestivamente ciò che il detenuto ha posto in essere nella propria cella".
La notizia arriva dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, per voce del segretario generale Donato Capece. Aggiunge il leader del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria: "Quel che mi preme mettere in luce è la professionalità, la competenza e l'umanità che ogni giorno contraddistingue l'operato delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria di Milano Opera con tutti i detenuti per garantire una carcerazione umana ed attenta pur in presenza ormai da anni di oggettive difficoltà operative come le gravi carenze di organico di poliziotti e le strutture spesso inadeguate.
Siamo attenti e sensibili, noi poliziotti penitenziari, alle difficoltà di tutti i detenuti, indipendentemente dalle condizioni sociali o dalla gravità del reato commesso". E Capece sottolinea come "nei dodici mesi del 2014 nel carcere di Milano Opera si sono contati purtroppo il suicidio di un detenuto e la morte, per cause naturali, di un altro ristretto, 4 tentati suicidi sventati in tempo dai poliziotti penitenziari, 35 episodi di autolesionismo, 24 colluttazioni e 7 ferimenti. Numeri su numeri che raccontano un'emergenza purtroppo ancora sottovalutata, anche dall'Amministrazione penitenziaria che pensa alla vigilanza dinamica come unica soluzione all'invivibilità della vita nelle celle senza però far lavorare i detenuti o impiegarli in attività socialmente utili".
Uccise e bruciò un agricoltore: romeno suicida, di Luca Ingegneri (Il Gazzettino)
Si è impiccato nella sua cella del carcere di Opera. Ioan Barbuta, 41enne romeno, domiciliato a Rovigo, non ha retto all'idea di dover trascorrere in carcere il resto dei suoi anni. Era stato recentemente condannato dalla Cassazione, che aveva confermato l'ergastolo inflitto dalla Corte d'Assise d'Appello di Venezia. Il ricorso del suo legale, l'avvocato Antonio Chiarion, era stato respinto.
L'intervento degli agenti penitenziari non è riuscito a scongiurare il suicidio: quando gli hanno prestato i primi soccorsi era ormai troppo tardi. Quella di Barbuta è una vicenda giudiziaria controversa, scandita da ben cinque processi. Il 41enne era accusato dell'omicidio di Guerrino Bissacco, l'agricoltore sessantenne di Due Carrare, trovato senza vita, semicarbonizzato, nella sua abitazione il 6 giugno del 2007. In occasione dei primi due gradi di giudizio Barbuta era sempre stato assolto, prima dall'Assise di Padova, quindi dall'Assise d'Appello di Venezia. I giudici avevano sempre condiviso l'impostazione della difesa. Secondo l'avvocato Chiarion non vi sarebbe stata alcuna prova decisiva a carico di Barbuta.
I due verdetti erano stati però impugnati in Cassazione dalla Procura generale e dall'ex moglie della vittima. La Suprema Corte aveva annullato la sentenza assolutoria rinviando il processo ad un'altra sezione della Corte d'Assise d'Appello. Il 26 giugno 2013 i giudici veneziani gli avevano inflitto l'ergastolo, con isolamento diurno per sei mesi. Barbuta era stato arrestato un paio di mesi dopo dalla polizia romena nella città di Miroslava, nel distretto di Ieþiu, ed estradato in Italia.
Inizialmente la morte di Guerrino Bissacco era stata attribuita ad un incendio accidentale o addirittura ad un suicidio. Le lesioni rilevate sul corpo dell'agricoltore durante l'autopsia avevano rapidamente portato i carabinieri della compagnia di Abano ad orientarsi verso l'omicidio. Secondo l'accusa, Barbuta, che abitava a pochi chilometri dall'abitazione della vittima in via Bassan, si sarebbe introdotto in casa di Bissacco per rubare la targa della sua auto, da montare successivamente sulla propria vettura. Avrebbe avuto infatti bisogno di una targa "pulita" per rapire la fidanzata e riportarla in Romania. Scoperto dall'agricoltore, lo avrebbe ucciso provocando poi un incendio per far sparire ogni traccia del delitto.









