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di Alessandro Cozzi

ilsussidiario.net, 6 novembre 2022

C’è chi vive una prigionia fisica dietro le sbarre e chi la vive nella propria mente. A Opera un incontro pieno di stupore tra questi due mondi. Da qualche mese all’interno della Casa di reclusione di Opera avviene una cosa particolarissima e geniale. Per iniziativa dell’Associazione In Opera, un gruppo di una quindicina di reclusi incontra per alcune ore alla settimana alcuni ospiti della Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone, pazienti del centro diurno Il Camaleonte, che assiste e si occupa di persone affetto da disagio psichico.

Tutti noi “ospiti” di Opera che siamo stati chiamati a far parte del progetto, ben ricordiamo le preoccupazioni e le perplessità iniziali: c’è stato chi dubitava, chi diceva impossibile l’iniziativa, chi temeva “i matti” immaginandosi chissà che…

Sicuramente lanciarsi in questa impresa è stato ardito: da parte di In Opera che ha spinto perché l’attività iniziasse; di Sacra Famiglia e del Camaleonte che hanno accettato di portar qui alcuni loro pazienti; pure da parte della direzione del carcere, che ha favorito e reso possibile la cosa, mettendo a disposizione spazi adeguati.

Ma nessuno, né qui né a Sacra Famiglia, osava sperare che accadesse ciò che è successo. Perché quasi da subito, dopo una o due volte che ci si vedeva, è nato qualcosa di grande; è successo che blocchi, diffidenze, e pregiudizi (perché c’erano, i pregiudizi, eccome!), sono evaporati e si è generato un Incontro. Un vero, autentico, sincero incontro tra persone. Ci siamo vicendevolmente riconosciuti come “reclusi”: chi nella prigione, chi nel disagio mentale, che probabilmente è la prigionia più gravosa. Proprio partendo da questa base comune tutti abbiamo potuto guardarci in viso per esplorare stati d’animo e pensieri, atteggiamenti e abitudini, modi di fare e linguaggi.

Da giugno dunque stiamo insieme discutendo e chiacchierando, disegniamo e costruiamo piccole cose, confrontiamo le nostre idee, scherziamo su di noi, sulle nostre manie, sul tifo calcistico. E ci diciamo cose serie, imparando molto gli uni dagli altri.

Per noi che viviamo a Opera è risultato bello constatare come loro riuscissero a raccontarsi con sincera tranquillità, con calma, con profondità; un esempio per noi, dal momento che questo è invece un luogo in cui tutto concorre a nascondere le personalità autentiche sotto maschere costruite.

Di contro per loro è stata una sorpresa vedere che non entravano in luoghi oscuri, in “segrete” umide e sporche: soprattutto che incontrano gente “normale”. Certo, gente che ha il vissuto di almeno un errore che li ha portati qua, ma non per questo sono contorti o distorti.

Ci siamo guardati, dicevamo, ci siamo scoperti; stanno nascendo rapporti distesi, un clima aperto e fraterno, una conversazione pacata, a tratti allegra, sempre rispettosa e molto piacevole. Dobbiamo ringraziare questa piccola, grande meraviglia; un passo forte del cammino di ripresa che vale per tutti: noi detenuti in carcere e loro detenuti nella mente, che annuncia lo sviluppo dell’amicizia, molto oltre le aspettative di ciascuno.