milanotoday.it, 12 giugno 2026
Secondo la Fondazione Casa della Carità, l’uomo si trovava in una “cella liscia” ed era privo di indumenti per la sua sicurezza. Era entrato direttamente nel reparto ad alto rischio suicidario. Un altro suicidio. Un altro detenuto che si toglie la vita. È successo nel carcere milanese di San Vittore, come riferisce la Fondazione Casa della Carità presieduta da don Paolo Selmi. Sono quattro i morti, nelle stesse circostanze, in tre settimane all’interno degli istituti penitenziari italiani, 28 da inizio anno. Lo scorso 20 maggio, proprio la Fondazione aveva lanciato l’appello “Il silenzio sul carcere non fa bene alla democrazia”.
“Perché era in cella e non in cura?” - Secondo quanto riferisce Casa della Carità, l’ultima vittima era reclusa nella sezione dedicata ai detenuti considerati ad alto rischio suicidario. L., spiegano, era entrato in carcere con una diagnosi di psicosi, era una persona fragile che era stata collocata direttamente in una cosiddetta ‘cella liscia’, spoglia e priva di arredi. “La domanda che ci facciamo è dunque perché una persona così vulnerabile si trovava in una cella e non in un servizio di cura? L’amara risposta è che purtroppo il carcere è diventato il luogo dove finiscono tutte le fragilità che gli altri servizi non riescono più a prendere in carico, perché è l’unico presidio pubblico che non può rifiutare nessuno, che non può dire “non possiamo farci carico di questa persona perché non abbiamo posto”, commenta don Paolo Selmi.
“Chiedeva da giorni di chiamare la madre” - L. era recluso senza indumenti, non aveva mai avuto la possibilità di uscire dalla cella nemmeno per l’ora d’aria o per i momenti di socialità e ascolto promossi dagli operatori della Fondazione. Non aveva nemmeno potuto telefonare alla madre come chiedeva da giorni, sottolineano. “Non sapremo mai se concedere queste cose avrebbe cambiato il corso degli eventi, ma sappiamo che una persona sofferente è stata privata anche delle poche occasioni di relazione possibili nella sua situazione”, afferma ancora Selmi.
“Le carceri dovrebbero essere trasparenti come il vetro” - Per don Paolo Selmi non vanno ignorate “le difficoltà in cui operano personale penitenziario e servizi sanitari”, ma al contempo “non possiamo fare a meno di domandarci se una risposta fondata quasi esclusivamente sulla custodia e sul controllo sia adeguata di fronte a sofferenze così profonde”. Il carcere, conclude, “deve tornare al centro del dibattito pubblico e della responsabilità collettiva, perché è una parte dello Stato e della società e non un corpo alieno. Le sue mura non dovrebbero nascondere ciò che accade al loro interno. Dovrebbero essere, almeno simbolicamente, trasparenti come il vetro”.










