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di Laura Frassine e Odoardo Maggioni

ilbullone.org, 12 maggio 2022

“Scommetto che in una città di 67mila abitanti, dove ci sono 100 suicidi all’anno, qualsiasi tipo di istituzione farebbe delle ricerche. Questo è il paese-carcere che viene visto ancora come una discarica sociale”. Incontriamo Salvatore Striano, detto Sasà, all’abbazia di Mirasole.

Tira un vento forte, mangiamo qualcosa insieme prima di entrare a Opera per vedere Ariaferma. Salvatore tiene banco raccontandoci le sue vite. Parla di cinema, di teatro, di carcere e di redenzione. Ha iniziato la sua carriera da attore fuori dal carcere, recitando in Gomorra, poi è stato protagonista di Cesare deve morire, dei fratelli Taviani, Orso d’oro al festival di Berlino nel 2012. Recita attivamente da sedici anni in film e produzioni televisive e uno dei suoi ultimi ruoli è stato in Ariaferma, girato in un carcere abbandonato, durante il primo lockdown.

“La recitazione è arrivata per caso. Un detenuto ergastolano - che per molti sono i peggiori esseri umani, ma che in carcere talvolta diventano uomini saggi -, riuscì a tirarmi fuori da un momento molto difficile. Lui mi aveva proposto un laboratorio teatrale: lo mandai a fanculo perché non avevo voglia di interpretare una donna. Ma pur di abbandonare quella chiavica di uomo che ero, decisi di prendere la migliore medicina che esista per l’anima: il teatro”. La sua esperienza con il lato terapeutico del teatro è stata una via di fuga fondamentale per la sua rinascita.

“Il teatro ti permette di uscire dal tuo io. La prima fase è quella in cui ti senti ridicolo. Poi quando trovi l’altro, il personaggio, ti liberi. Capisci di essere tante vite, tante persone. Se ci penso bene, ho iniziato a recitare di fronte a mia madre quando facevo disastri, poi in questura, poi in carcere”. Le sue parole sono un fiume di ricordi, aneddoti e riflessioni: “Il palcoscenico ti mette su un piedistallo e ti permette di confrontarti con te stesso veramente. Il teatro non ha gerarchie: vince chi è più bravo non chi è più violento, chi è più boss. Quando il mio insegnante di teatro mi disse che ero bravo ma che non potevo fare questo mestiere, mi ferì moltissimo: andai dall’insegnante di italiano del carcere e le dissi che mi doveva insegnare a leggere e a scrivere. Mi servivano per il teatro”.

A chi pensa che i suoi ruoli siano relegati a quello di delinquente, risponde che è un modo ottuso di confondere la realtà e la capacità di vivere un personaggio, tanto che ora è contento di interpretare un commissario di polizia. Il suo riscatto, tuttavia, non passa solo dai successi, ma anche dal riconoscimento del suo cambiamento.

“La più grande vittoria è quando torno a casa, ai quartieri spagnoli, e i figli dei miei nemici mi dicono che sono un grande uomo, che i loro padri non hanno capito nu’ cazzo”.

Gli chiedo come è stato rientrare a Rebibbia dopo dieci anni: “Quando sono tornato a Rebibbia per girare Cesare Deve Morire, ho guardato verso l’alto, verso i miei genitori, e ho detto loro che stavo entrando da uomo libero, che potevo insegnare una strada nuova a chi stava dentro, che non ero più uno scarabocchio”.

Ora Salvatore continua a entrare nelle carceri per raccontare la sua storia: “Ogni volta che esco dal carcere sto malissimo, perché so che dentro c’è gente che ha capito e che vorrei portare fuori con me”. E il discorso vira sulla condizione del sistema carcerario italiano, fra aneddoti divertenti e strazianti, fra piccole rivalse e pugni nello stomaco. “Le carceri non sono sovraffollate, sono sovraffollate di criminali. Le carceri sono deserte, ci sarebbe più bisogno di volontari, di assistenti sociali e di meno guardie. Più sorveglianza scatena più violenza. Un carcere positivo ti rende cosciente dei tuoi errori”.

La sensazione è che l’aria in mezzo a quel vento cominci a mancare: inizio a sentire dalle sue parole l’oppressione e il distacco. “Quando ero in carcere a Madrid si stava tutti insieme: non eravamo divisi in bracci come qui. In Spagna, una volta al mese puoi stare in intimità con la persona che ami. Qui invece, devi nascondere le lettere che puntualmente ti perquisiscono pensando che ci sia scritto chissà cosa. Nel carcere ci si ammala: quando sono uscito mi sono separato da mia moglie perché non riuscivo più a essere toccato da nessuno, odiavo l’intimità. Anche i sensi sono affaticati, dopo dieci anni che senti gli stessi odori, che vedi gli stessi colori, il tuo cervello non riesce a sostenere tutti gli stimoli che la realtà ti fornisce”.

Prendiamo un caffè, fumiamo una sigaretta e poi ci spostiamo al carcere di Opera per guardare il film di Leonardo Di Costanzo insieme ai detenuti. Lasciamo nostri oggetti personali in macchina. Ci ritirano i cellulari. Ci consegnano un pass. Aspettiamo una guardia che ci accompagna al teatro. Entriamo a film già iniziato. La stanza è buia, ma si percepisce comunque il confine: da un lato i detenuti e dall’altro “gli altri”. Di colpo tutto acquisisce, e insieme perde, senso: l’aria è ferma per davvero.

Il film continua, ma tutto intorno a noi si ferma. Per un momento perdo la percezione di quello che sto vivendo: siamo seduti nel teatro di un carcere a guardare un film che parla di un carcere. Guardiamo la proiezione e poi ci guardiamo intorno. Guardiamo gli attori che mettono in scena uno sciopero della fame e poi guardiamo i detenuti, seduti affianco a noi. Provo a riconoscere i loro volti, ma non riesco a vederli, provo ad immaginarmi le loro storie, ma non le conosco, siamo nella stessa stanza ma siamo anche così lontani.