di Mario Di Vito
Il Manifesto, 22 luglio 2025
“Speculazione” o “rigenerazione urbana”, in una nuova memoria gli escamotage del sacco urbanistico. Fari puntati sui finanziamenti alle campagne elettorali, ma sin qui non c’è molto. Verso gli interrogatori preventivi dal gip. Il primo giorno del giudizio dell’inchiesta sull’urbanistica milanese arriverà domani, quando l’assessore Giancarlo Tancredi, l’imprenditore Manfredi Catella e gli altri quattro per i quali la procura ha chiesto l’arresto saranno interrogati in via preventiva dal gip Mattia Fiorentini. Se le misure verranno convalidate, la tempesta si farà ancora più intensa. In caso contrario, la battuta d’arresto sarebbe palese e rumorosa, anche se il lavoro dei pm Marina Petruzzella, Paolo Filippini e Mauro Clerici, coordinati dall’aggiunta Tiziana Siciliano, andrà avanti lo stesso. Anche perché, a detta di tutti, l’indagine è appena ai suoi primordi.
L’ipotesi è che a Milano negli ultimi anni sia esistito un sistema di imprenditori, professionisti, funzionari pubblici e politici per accelerare l’approvazione dei permessi a costruire in città, magari a scapito delle regole e delle leggi. È lo schema tipico dei grandi sacchi urbanistici di cui la storia d’Italia è piena, dalla Napoli di Achille Lauro alla Palermo di Vito Ciancimino, passando per la Roma di Urbano Cioccetti. A volte c’entrava la mafia, altre era un fatto di corruzione e altre ancora di pur discutibili scelte politiche. Nel caso di Milano, ai giorni nostri, la procura ha sin qui individuato gli strumenti con cui è stato fatto - e forse viene ancora fatto - il sacco, ma permangono forti dubbi sull’effettiva esistenza di reati più consistenti di quelli d’ufficio. La pm Petruzzella, in particolare, si è concentrata sui finanziamenti alle campagne elettorali del sindaco Beppe Sala, ma sin qui non è uscito fuori granché: appena 2000 euro - peraltro regolarmente dichiarati - da parte di un’azienda, la Real Step, che poi avrebbe presentato alcuni progetti alla famigerata commissione paesaggio del consiglio comunale, l’epicentro dello scandalo, là dove passavano i pareri verso i vari progetti di “rigenerazione urbana”.
Ecco, a scorrere le carte dell’inchiesta il concetto di “rigenerazione urbana” sembra intrecciarsi spesso e volentieri con quello di “speculazione”. In una memoria integrativa inviata dalla procura al gip Fiorentini, si descrive per filo e per segno l’escamotage con cui il presunto sistema derogava i piani urbanistici per favorire i privati a scapito dell’interesse pubblico, un dettaglio nascosto tra le pieghe del decreto legislativo numero 267 del 2000, i cosiddetti “accordi di programma” che servirebbero a coordinare gli interventi quando sono coinvolti più enti e le competenze sono frammentate. Chi indaga parla del “fenomeno degli interventi che comportano varianti particolari al piano urbanistico generale, dichiarate od occulte, approvate su richiesta dei privati, come rilevante indice di corruzione” e denuncia la presenza di un “insieme numerosissimo di accordi di programma in variante, conclusi ed attuati anche in fase di istruttoria amministrativa sulle proposte dei privati”. Le basi giuridiche del ragionamento risiedono in un “rapporto del governo Monti del 2013”, nelle indicazioni dell’Anac e nella “giurisprudenza del Consiglio di stato”. Ma, più che di leggi, siamo in presenza di buoni consigli, perché l’individuazione dei reati continua a essere quantomeno complicata. Forse, in questo senso, si sconta un problema storico della politica italiana, e cioè l’assenza di una normativa sul conflitto d’interessi, cosa che obbliga i pm a parlare, a vario titolo, di “false dichiarazioni su qualità personali proprie o di altre persone” o “induzione indebita a dare o promettere utilità”.
Nella descrizione del presunto sistema e del suo funzionamento, poi, fa impressione la quantità e la qualità delle parole che vengono usate: “Spregiudicatezza”, “avidità”, modalità eversive”, “asservimento sistemico” della politica ai costruttori, dove la “corruzione” è “un vorticoso circuito” che “colpisce le istituzioni e ha disgregato ogni controllo pubblico sull’uso del territorio, svilito a merce da saccheggiare”. Il giudizio è pesante, e probabilmente non infondato, ma anche qui non si riesce a cogliere il punto penale della faccenda. Il sacco di Milano è un fatto testimoniato da decine di inchieste giornalistiche, rapporti, studi, saggi e persino romanzi. Ma nessuno dei protagonisti di questa storia ha mai davvero nascosto quale fosse la propria idea di sviluppo urbanistico.
Anche a leggere le intercettazioni e le chat - materiale per lo più privo di rilevanza giudiziaria - c’è da stupirsi solo fino a un certo punto: politici, archistar, palazzinari e notabili usano in privato le stesse parole che usano in pubblico. È sconfortante, ma non è reato.










