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di Alessia Musillo

elledecor.com, 4 aprile 2025

Lo stato contemporaneo della detenzione ha a che fare con il design e con l’architettura più di quanto immaginiamo. “La giornata vissuta in carcere non sarà di certo rose e fiori o comunque di felicità, quindi, come la maggior parte dei detenuti, cerco di farmi scivolare le ore di dosso, tenendomi spesso impegnato nei chilometri di lettere che invio a mia moglie, una chiacchiera e un caffè qua e là con le persone con cui sono più legato, tra una partita a biliardino e un’altra a carte, tutto questo quando riesco ad avere del tempo libero, perché anche il carcere richiede diverse mansioni, in cui do precedenza all’arte culinaria”.

Emanuel Mingarelli è uno dei detenuti del carcere di Frosinone. Insieme ad altri ha contribuito alla stesura di Letteratura d’Evasione, antologia a cura di Ivan Talarico e Federica Graziani, edita dal Saggiatore nel 2022, frutto di un laboratorio di scrittura creativa dal taglio sociale. Scrivere per liberarsi. Prison Times - Spatial Dynamics of Penal Environments è il progetto che, al Fuorisalone 2025, intavola un dialogo intorno alla domanda: “che cosa c’è dentro le carceri?”. Ecco. A dirlo alla città intera - o meglio, alla fetta di Milano che scansa le operazioni di marketing preferendo quelle culturali - è la mostra, autoprodotta da Andrea Caputo, custodita in cinque dei Magazzini Raccordati a pochi passi dalla Stazione Centrale aperti in occasione della Milano Design Week. Indirizzo: via Sammartini, 40.

Del resto, essendo l’incarcerazione la prima risposta all’illegalità comune a tutti i Paesi, quello che si vede nel percorso espositivo è il riassunto degli arredi che stanno oltre le sbarre di molte delle carceri del mondo. Nella mostra ne contiamo circa duecento, collezionati dai curatori contattando direttamente le aziende che li producono. E un segno salta subito all’occhio: non compare mai il nome di chi li ha disegnati. È come se l’arredo non avesse né un padre né una madre. Su queste tracce, come a voler assecondare il minimalismo delle cose, l’allestimento di Dropcity si riduce all’osso. Eppure quegli arredi sono così diversi fra loro. Le ragioni sono molte. La prima - forse la più intuibile - è che vengono prodotti in zone differenti del pianeta; la seconda è che ogni prigione ha i suoi requisiti, e alcuni armadi sono senza aste per evitare i suicidi.

Allora com’è la giornata tipo di un detenuto? Adesso che abbiamo una visione, sappiamo che non è tutto grigio o tutto di legno, magari possiamo tornare alle pagine dell’antologia che abbiamo ricordato all’inizio, dando un (nuovo) senso al pensiero di Stefano Palma (detenuto del carcere di Frosinone), che nel laboratorio ha scritto: “Ogni giornata scorre stranamente con una velocità inaspettata. Le ore vengono misurate in via approssimata dall’inclinazione solare, poi confermate da eventi rituali collegati al vitto, agli adempimenti tecnici, didattici o terapeutici di gran parte dei residenti”. Sedersi a tavola è un rituale, lavarsi le mani è un rituale, sdraiarsi sul letto è un rituale. Tutte attività che si fanno con le cose. E il potere degli oggetti può aiutare a scandire il ritmo del tempo in silenzio. Dunque, lo stato contemporaneo della detenzione ha a che fare con il design più di quanto immaginiamo.

E poi ci sono i colori. Nonostante un letto singolo comunichi un grande senso di solitudine e una panca (con le maniglie per legare) sia un pochino terrificante, la mostra è punteggiata da note che non appartengono all’immaginario cupo delle carceri. Ci sono il blu, il rosa pastello e addirittura il giallo canarino. Le porte - che sorpresa - spaziano tutte le note dell’arcobaleno, anche le nuance dal porpora al vinaccia. Siamo troppo razionali per lasciarci andare, per dire che una seduta sia bella o sia brutta. Quanto è difficile immaginare che ci possano essere note dolci in contesti amari? Oppure è più semplice di così: gli oggetti cambiano di significato a seconda degli spazi che abitano. Sul tavolo da pranzo dell’ufficio, una bento box è un contenitore di uso quotidiano che spezza la nostra fame. Sul tavolo da pranzo di un carcere, invece, lo stesso portavivande è un dosatore di calorie e allo stesso tempo un orologio che segna mezzogiorno quando il polso deve restare nudo. Il profilo delle cose incide più di quanto crediamo nel contesto penale. La ricerca si è declinata anche in un libro (omonimo), Prison Times - Spatial Dynamics of Penal Environments appunto, che ha studiato circa seicento arredi corredando foto e disegni in un unico volume presto in vendita.