di Giulia Merlo
Il Domani, 2 aprile 2021
L'ex magistrato ha detto al Csm che a fargli i nomi di chi nominare a Milano erano stati i capi delle rispettive correnti. Eppure, potrebbe profilarsi un procedimento disciplinare per Greco.
C'è un riflettore puntato sulla procura di Milano e sul procuratore capo Francesco Greco. Ad accenderlo è stata l'audizione del 24 marzo di Luca Palamara, convocato su richiesta della prima commissione del Consiglio superiore della magistratura. I contenuti sono stati secretati e l'ascolto di Palamara in veste di testimone, organizzato in tutta fretta, non ha potuto essere trasmesso in diretta da Radio Radicale. Ma ogni parola è stata messa a verbale. "È stato il procuratore Greco a indicarle i nomi degli aggiunti da nominare a Milano?", sarebbe stato questo il tono della domanda con cui la presidente della commissione e togata di Area, Elisabetta Chinaglia, ha accolto Palamara. Sono seguite altre domande in cui si è chiesto conto dei suoi rapporti con Greco, che è stato esponente di Magistratura democratica, una componente delle toghe progressiste che oggi fa parte proprio di Area. Un focus troppo specifico su cui c'è stata una decisa insistenza di alcuni togati: più fonti suggeriscono che nei confronti di Greco si starebbe valutando un procedimento disciplinare e il trasferimento per incompatibilità.
Le scelte del 2017 - All'epoca delle nomine del 2017, la situazione a Milano era da anno zero: dopo lo scontro negli anni precedenti tra il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati e il suo aggiunto, Alfredo Robledo, la procura andava ricostruita intorno al successore di Bruti Liberati, Francesco Greco, nominato nel 2016. I posti scoperti da oltre un anno di procuratore aggiunto sono cinque (più un altro da nominare un mese dopo) e i rapporti tra correnti avrebbero determinato che tre nominati andassero al gruppo di Area, uno a Unicost e una invece fosse trasversale, anche se considerata vicina a Piercamillo Davigo.
Palamara - all'epoca capocorrente di Unicost e gestore della negoziazione - avrebbe spiegato alla prima commissione che erano stati gli altri capicorrente a fargli i nomi e non Greco, il quale non gli avrebbe mai indicato alcun collega da nominare. Tuttavia con lui Palamara intratteneva rapporti saltuari, lo incontrava e si scambiava messaggi: in nessuno di questi si parla di nomine (sono stati captati dal trojan e oggi sono sia agli atti dell'inchiesta di Perugia a suo carico sia strumenti a sostegno dei procedimenti disciplinari in corso davanti al Csm).
Durante l'audizione, però, si sarebbero scontrate due posizioni. Da un lato chi ha ottenuto di circoscrivere le domande alla sola procura di Milano e dunque a Greco. Dall'altro chi, come il consigliere indipendente eletto con Autonomia e indipendenza Nino Di Matteo, invece ha provato ad allargare l'audizione al sistema nel suo insieme, individuando tutti i livelli di potere e dunque ritornando anche sulla dinamica delle nomine alla procura di Roma, vicenda che lambisce anche il Quirinale e in particolare il consigliere per gli Affari della giustizia di Sergio Mattarella, Stefano Erbani, che figura nelle chat di Palamara.
La successione - I meccanismi che hanno governato il sistema prima dello scandalo non sono più sotto controllo. E i segnali che Milano possa essere il nuovo epicentro di un terremoto sono arrivati la settimana scorsa, dopo la sentenza Eni e l'assoluzione degli imputati. Quel che si è visto è stato uno scontro a colpi di lettere tra il procuratore Greco e il presidente del tribunale, Roberto Bichi, fino a una riunione chiarificatrice e infine un comunicato congiunto.
È in questo clima che si è incardinata l'audizione di Palamara voluta dal Csm, che a giugno aprirà alle candidature per il successore di Greco, in pensione da novembre. I candidati sarebbero il procuratore aggiunto di Milano, Maurizio Romanelli, collaboratore di Greco che rappresenterebbe la continuità; il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, che invece sarebbe la rottura; l'aggiunto di Roma, Paolo Ielo e il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato. Sotto la superficie della ritrovata pace ambrosiana, però, la divisione interna riguarda la procura. L'ufficio è diviso tra chi in questi anni ha lavorato a più stretto contatto con Greco, e chi invece si è sentito messo ai margini e - anche in seguito all'inchiesta Eni - coltiva dubbi sul metodo di indagine imposto dal vertice.
I primi preferirebbero che il successore venisse scelto in continuità con l'operato di Greco, mantenendo così i metodi di indagine che fino a ora hanno caratterizzato la procura e hanno portato a risultati positivi soprattutto sul fronte delle indagini di natura finanziaria. I secondi, invece, auspicherebbero una rottura netta col passato e dunque un nuovo procuratore esterno alle dinamiche ormai cristallizzate dell'ufficio.
Eppure, Milano ha sempre puntato a distanziarsi rispetto alle dinamiche della Capitale e, anche ora, guarda con diffidenza alle manovre nei palazzi romani del potere togato. L'interrogativo ora, però, è se l'audizione al Csm condizionerà gli ultimi mesi della gestione di Greco e in che modo questo influirà sulla nomina del successore. Se partisse il procedimento nei confronti di Greco, questo rafforzerebbe - almeno mediaticamente - l'esigenza di marcare una rottura col passato. Sarebbe però l'ennesima conseguenza del caso Palamara, che rischia di mettere in secondo piano il criterio del merito nella scelta del capo della seconda procura più importante d'Italia.










