di Selena Frasson
Avvenire, 8 gennaio 2023
Ci sono due modi per vivere la detenzione: farsi risucchiare dal vuoto o cercare di trasformare questo tempo in un’opportunità di crescita, di cambiamento e di riscatto”.
Andrea sta finendo di scontare la sua pena nel carcere milanese di Bollate, una delle poche strutture penitenziarie in cui il principio che nella nostra Costituzione parla di funzione rieducativa della pena non è destinato a rimanere lettera morta.
Laboratori di falegnameria, servizi di imballaggio, ma anche attività di assistenza alla clientela gestite da imprese e cooperative sociali che, in virtù di quanto disposto dal regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario (Dpr 230/2000), si avvalgono di manodopera detenuta per gestire il lavoro nel carcere.
“La differenza è fatta dalle lenti con cui guardiamo la realtà”, osserva Marco Girardello, uno dei soci responsabili di “Bee4 Altre menti”, la cooperativa che insieme a Eolo, azienda che opera nel settore della connettività, si occupa di coordinare il personale che lavora nel call center. “Il nostro compito è riuscire a offrire un’alternativa, perché anche chi ha sbagliato possa trovare una via d’uscita”. È un modo per guardare alla persona oltre al reato, e per promuovere il lavoro quale strumento per valorizzare il tempo della pena.
“Quando siamo partiti lo scorso settembre - spiega Lorenza, team leader del progetto - i detenuti coinvolti erano solo otto, ma nel giro di pochi mesi sono aumentate le postazioni, le competenze e le adesioni di coloro che hanno partecipato al bando per seguire il corso di formazione diretto da Eolo”.
Prima di ufficializzare il rapporto, e dunque di essere regolarmente assunti con un contratto che rispetta le regole della contrattazione collettiva, i detenuti sostengono una vera e propria selezione: prima un colloquio conoscitivo e poi la valutazione dell’attitudine a lavorare in gruppo. “Il nostro vuole essere un percorso di formazione permanente - continua Girardello - perché anche le buone opportunità possono tradursi in fallimenti se ad accompagnarle non c’è una visione strategica di lungo periodo”.
Lungimiranza, quindi, come principio fondante di un modello alternativo capace di bilanciare l’aspetto punitivo con quello che guarda al reinserimento sociale del condannato. “Qui - spiega Andrea - ho imparato che non sono destinato a rimanere una voce di costo, perché nonostante gli errori che ho commesso posso diventare un valore per la società”.
Non sono sempre successi, anche in una casa di reclusione come quella di Bollate si lavora sulle cadute: “Quando ti trovi a essere privato della libertà hai bisogno di trovare qualcosa a cui aggrapparti per non precipitare. Sono tanti i ragazzi che non ce la fanno e rinunciano, io grazie a questo lavoro, ho avuto l’opportunità di tornare a sentirmi utile.
È nel momento in cui rispondo ad una chiamata e magari riesco a risolvere il problema del cliente che posso immaginare un futuro”. A testimoniare che il lavoro e il processo di responsabilizzazione che a esso si accompagna possono essere un investimento per la sicurezza al di fuori delle mura, ci sono i dati che riguardano la recidiva.
Se in Italia il tasso di recidiva tra chi ha scontato una pena in carcere è del 70%, le probabilità che si tomi a delinquere si riducono fino al 20% se ai detenuti viene data la possibilità di accedere a corsi di istruzione e formazione e se si creano le condizioni affinché possano lavorare. È la via che consente di non rimanere intrappolati negli ingranaggi del proprio passato.










