di Francesca Del Vecchio
La Stampa, 5 novembre 2022
L’avvocato dei Regeni: “Un dolore indescrivibile”. Il fratello di Borsellino: “C’è chi perde la fiducia”. Quando ho compiuto 50 anni ho pensato che non avrei mai visto giustizia per Giulio”. Alessandra Ballerini, avvocata dei coniugi Regeni, genitori del ricercatore torturato e ucciso in Egitto nel 2016, evoca la “generosità” di queste famiglie - quella di Giulio, ma anche quella di Mario Paciolla, cooperante napoletano morto in Colombia nel 2020 sulla cui sorte fu gettata l’ombra del suicidio, che hanno reso pubblica la loro battaglia di giustizia e verità. La generosità di cui parla Ballerini è la medesima di Antonella Penati, mamma e presidente dell’associazione “Federico nel cuore”, che dal 2009 combatte perché il suo bambino, ucciso dal padre durante un colloquio protetto, abbia finalmente giustizia.
Le storie di Giulio e di Mario raccontate da Ballerini, e quella del piccolo Federico raccontata dalla madre e dal suo legale Federico Sinicato, sono state il filo conduttore del convegno “Giustizia e verità negata. Deficit giudiziario o ipocrisia del sistema” che si è svolto ieri a Milano. Un incontro in cui si sono intrecciati i racconti di vite spezzate sulle quali non è stata fatta pienamente luce, come quella del giudice Paolo Borsellino, raccontata dal fratello Salvatore, e altre, come quella del piccolo Federico che non hanno avuto giustizia a causa di un vuoto normativo.
Ma anche quella dei 268 migranti siriani morti durante il naufragio del 12 ottobre 2013: quando una nave della Marina Militare Italiana non rispose alle richieste di soccorso. “Nella narrazione di queste storie”, prosegue Ballerini che assiste i familiari delle persone morte nel naufragio, “è frequente la retorica del “se l’è andato a cercare”: nel caso di Giulio si disse “Cosa ci faceva in Egitto”, nel caso dei migranti “Ma perché si affidano agli scafisti”. Chi sopravvive, “come i genitori di Giulio o Antonella”, aggiunge l’avvocata Ballerini, “non ha parole per esprimere il “dolore da ingiustizia” perché un vocabolo non esiste. Possono solo tenere la memoria attiva, come dicono Paola (Deffendi) e Claudio (Regeni)”. Ma in molti casi, come dimostra la storia di Antonella Penati, portare avanti una battaglia simile rappresenta un sacrificio anche economico: “Possiedo solo la casa in cui vivo, niente di più. E l’ho già ipotecata due volte”, spiega commossa. “Spesso c’è anche chi perde la fiducia nello Stato perché si vede osteggiato nella sua ricerca di verità”, commenta amaro Salvatore Borsellino.
L’incontro - al quale hanno partecipato anche il Sostituto Procuratore di Ravenna, Cristina D’Aniello, e Vittoria Tola della Segreteria Nazionale di Udi, Unione delle Donne in Italia - ha interrogato i relatori sul tema del cortocircuito tra deficit giudiziario e giustizia per le famiglie. “C’è un solo modo per contrastare questo vulnus: continuare a combattere. Non solo nelle aule di tribunale ma facendo anche un lavoro culturale”, conclude l’avvocato Sinicato, anche legale dei familiari delle vittime della strage di piazza Fontana del dicembre 1969.









