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di Federica Zaniboni

La Repubblica, 22 aprile 2025

Il 24enne fu rapinato da tre giovani nel 2018: uno di loro ha chiesto la giustizia riparativa e così i due si sono incontrati in carcere. “Sono andato in carcere e ci siamo rivisti. Dopo tanto tempo, gli ho detto cosa ho provato durante l’aggressione”. Daniel, 24 anni, racconta così l’incontro con il suo rapinatore, avvenuto nella sala colloqui della casa circondariale di Monza. Per la prima volta dopo sette anni si è trovato faccia a faccia con lui, un ragazzo di qualche anno più grande e finito in cella per altri reati. Seduti al tavolo con loro anche tre mediatori. “Abbiamo parlato per due ore, mi ha raccontato la sua storia, ha detto che ai tempi aveva un po’ di problemi. Alla fine mi ha dato la mano e mi ha chiesto se potesse abbracciarmi”.

Acconsentendo di partecipare al programma di giustizia riparativa, Daniel ha messo un punto a una storia iniziata quando aveva appena 17 anni. Una rapina finita con un pugno al volto e un trauma che si è portato dietro per anni. “È la sera di Halloween 2018 - ricorda - e sto tornando a casa col treno. La stazione è deserta. Mi si avvicinano tre ragazzi più grandi. Sono ubriachi, hanno in mano delle bottiglie. Uno di loro mi toglie il cappellino dalla testa, quando provo a reagire cerca di prendermi il cellulare”. Quando Daniel scende dal treno il gruppetto lo segue. “Uno di loro, quello più ubriaco, mi corre dietro e mi sferra un pugno. Poi, puntandomi contro una chiave, mi prendono il telefonino”. Daniel inizia a correre verso casa, “chiedendo aiuto a chiunque incontri, ma nessuno mi dà retta”. Una volta raggiunta l’abitazione e chiamata la polizia, Daniel e il padre tornano verso la stazione per cercare il gruppetto. “Li troviamo e nasce una piccola colluttazione. Io ho paura. Mio padre grida aiuto, arrivano gli agenti. Li portano in caserma e da allora non vengo a sapere più nulla per i sette anni successivi”.

La svolta arriva quando l’aggressore finisce a processo per altri reati e Daniel viene chiamato a testimoniare. “Dopo l’udienza ricevo una telefonata dal centro di giustizia riparativa. Mi dicono che c’è la possibilità di fare questo percorso. All’inizio - ammette - sono molto scettico”. Ma dopo un primo incontro con i mediatori, durante il quale gli viene spiegato cosa accadrà e quali sono gli obiettivi del percorso, Daniel si convince: “Mi sono detto “tanto non ho nulla da perdere”. E magari riesco a capire il perché lo ha fatto”. Con questo stato d’animo, qualche mese dopo è stato accompagnato nel carcere di Monza, dove l’altro ragazzo è detenuto. “Non sapevo nemmeno io come avrei reagito”, racconta. “I mediatori sono stati molto d’aiuto, perché mi hanno spiegato che in qualsiasi momento, se non me la fossi sentita, avrei potuto tirarmi indietro e interrompere tutto”. Poi, l’incontro con il ragazzo. “Gli ho chiesto il perché. La sua unica risposta è stata che era ubriaco e aveva assunto sostanze. Ho capito che non c’era un vero motivo, era la sua routine”.

In quelle due ore trascorse nella sala colloqui, l’uno di fronte all’altro, i ragazzi hanno ripercorso tutto dall’inizio. Le loro vite prima della rapina, durante e dopo. “Io gli ho detto quello che ho provato, che da allora ho perso tutta la sicurezza che avevo dentro di me, che non ho più avuto autostima”. Lui, a quel punto, sorprendentemente “mi ha incoraggiato. Mi ha fatto notare che loro erano in tre contro uno e che, anzi, ero stato coraggioso a cercare di reagire. Mi ha detto che ero piccolino e che non era colpa mia se non ero riuscito a fare nulla”. Parole importanti per Daniel, che per anni ha portato dentro di sé il peso di essersi sentito tanto vulnerabile. “È stato un incontro molto positivo. I mediatori ci hanno aiutato a esprimerci su ciò che pensavamo e a riflettere”, conclude. “Se l’ho perdonato? Quello no, mi sento ancora una 

vittima. Però adesso ho capito”.