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varesenews.it, 21 settembre 2026

“Non possono essere i luoghi dove si consuma la parte più fragile della società”. Un documento firmato dai presidenti delle camere penali del distretto di Milano chiede alle istituzioni interventi sulla condizione dei detenuti. La proposta: differire l’esecuzione della pena quando la detenzione è incompatibile con il nucleo essenziale dei diritti fondamentali. Il 19 settembre, a Firenze, l’unione delle Camere Penali Italiane ha promosso una giornata di lavoro per elaborare proposte da sottoporre al Parlamento e al Governo circa la grave crisi dell’esecuzione penale. Da quella necessità di confronto nasce anche questo documento, che le Camere Penali del Distretto della Corte d’Appello di Milano rivolgono alle cittadine e ai cittadini, alle istituzioni, alla società civile.

Il sistema carcerario vive una profonda crisi: non è un’emergenza ma una situazione inaccettabilmente stabilizzatasi da molti anni. Non è una formula astratta: lo raccontano le celle sovraffollate, la carenza di personale, i suicidi e gli atti di autolesionismo, le condizioni di vita che non rispettano la dignità delle persone detenute. Una crisi di valori che riguarda tutti noi. Un Paese che accetta che il carcere diventi luogo di abbandono, di malattia, di disperazione è un Paese che indebolisce sé stesso, la propria sicurezza, la fiducia nella giustizia.

La Costituzione non si ferma ai cancelli degli istituti penitenziari. Chi entra in carcere perde la libertà, ma non perde la dignità, il diritto alla salute, il diritto a non essere schiacciato in condizioni disumane. Quando una persona è rinchiusa in una cella troppo piccola, senza cure adeguate, senza ascolto, senza prospettiva, non è “solo” un problema organizzativo: è un problema che riguarda il cuore del nostro patto costituzionale. I numeri dei suicidi e degli atti di autolesionismo non sono statistiche: sono vite spezzate, spesso annunciate da segnali ignorati. Il sovraffollamento non è una cifra da rapporto ministeriale: è il corpo di tre, quattro persone costrette a dividere lo spazio pensato per una sola. Dietro ogni numero c’è un volto, una storia, una famiglia. E c’è anche una domanda che riguarda tutti noi: che cosa stiamo facendo delle persone che lo Stato decide di privare della libertà? Le stiamo annientando o le stiamo mettendo in condizione di cambiare? Il 22 settembre prossimo la Corte costituzionale discuterà un tema che tocca il cuore di questa crisi: se sia possibile differire l’esecuzione della pena quando la detenzione è incompatibile con il nucleo essenziale dei diritti fondamentali.

Se lo Stato possa continuare a tenere in carcere, nelle condizioni date, chi è così fragile - fisicamente o psichicamente - da non poter sopportare quella detenzione senza esserne annientato. Non è una questione per “tecnici del diritto”. È una domanda che riguarda il tipo di Paese che vogliamo essere: uno Stato che si limita a punire, o uno Stato che, anche nel punire, non rinuncia mai all’umanità? Come avvocate e avvocati penalisti vediamo ogni giorno ciò che troppo spesso resta nascosto: le celle sovraffollate, i corridoi dei reparti psichiatrici, le attese infinite per una visita medica, le storie di chi non ce l’ha fatta.

Per questo, insieme alle altre Camere Penali italiane riunite a Firenze il 19 settembre, sentiamo il dovere di dire con chiarezza che il carcere non può essere il luogo dove si consuma la parte più fragile della società; la pena non può trasformarsi in una condanna alla malattia, alla perdita di sé, alla morte; la sicurezza dei cittadini non si costruisce sulla sofferenza disumana, ma su percorsi di responsabilità, cura, reinserimento. In questa oscurità c’è un seme di speranza che non possiamo abbandonare, quella di una seconda possibilità per chiunque: in gioco non è solo la dignità del singolo detenuto, ma anche quella di un Paese e dei suoi valori fondamentali.

Un’opportunità per dare valore alla dignità, ovvero al rispetto che ogni individuo merita semplicemente per il fatto di essere umano, indipendentemente dalle sue azioni. Concludiamo con una promessa semplice e impegnativa. Finché una sola cella offenderà la dignità di chi vi è rinchiuso nessuno potrà dirsi davvero libero fuori da quelle mura. Continueremo a dirlo, con la forza del diritto, con la tenacia dell’impegno quotidiano e con la voce di chi non accetta che il carcere resti il luogo dove la Costituzione si ferma sulla soglia.

I Presidenti delle Camere penali del Distretto di Milano:

Avv. Elisabetta Bertani (Camera penale di Varese)

Avv. Stefano Di Pasquale (Camera penale di Sondrio)

Avv. Davide Giudici (Camera penale di Como e Lecco)

Avv. Eleonora Grossi (Camera penale di Pavia)

Avv. Tiberio Massironi (Camera penale di Busto Arsizio)

Avv. Marco Negrini (Camera penale di Monza)

Avv. Federico Papa (Camera penale di Milano)