di Elisa Sola
La Stampa, 1 maggio 2026
Milano, quattro esposti firmati da 135 carcerati. Gli atti mandati ai pm, al Dap e al ministero della Giustizia. È un paragrafo a sé. L’oggetto è in terza riga: “Limitazione dello zucchero”. Il testo è scritto in corsivo su fogli a righe. “Non è possibile acquistare più di un chilo di zucchero al mese. Dobbiamo scegliere se zuccherare il caffè o il latte. O se rinunciare a tutte e due le cose per fare un dolce. Molti di noi non hanno i soldi nemmeno per comprare quel chilo. Sono vietati anche i sughi e lo scatolame. Lo sgombro, il tonno. Dicono per motivi di sicurezza. Ma allora anche questa penna, con cui scriviamo, è pericolosa, se uno vuole fare del male”.
Carcere di Milano Opera. Blocco 1, piano 4, sezioni A-B-C. Sono 135 detenuti. Hanno scritto un reclamo collettivo di 43 punti. Pagine ordinate, con date e riferimenti precisi. Ci sono i disegni delle planimetrie delle celle. I nomi dei testimoni delle presunte spedizioni punitive. Ma soprattutto, il racconto della vita quotidiana, che corrisponde a un elenco di cose “che sembrano piccole, se considerate isolatamente”. Ma che, nel complesso, scrivono gli avvocati dell’associazione “Quei bravi ragazzi family onlus”, costituiscono una serie di reati. Sono quattro le denunce, stilate sulla base di questo lungo diario di vita dei detenuti, mandate dai legali in procura a Milano su ipotetici fatti di reato commessi da dicembre a oggi.
“È stata gravemente lesa la dignità umana”, il concetto espresso nelle carte inviate non solo ai magistrati, ma anche al Dap. Il caso è stato segnalato anche al governo. Sui “presunti episodi di violenza fisica” il parlamentare Emanuele Pozzolo ha scritto un’interrogazione al ministro della Giustizia. Ma l’esposto più voluminoso è quello che riguarda le cose di ogni giorno. I legali denunciano che sono state violate le norme della Costituzione: “Il divieto di pene disumane e la finalità rieducativa della pena”. Lo fanno dopo avere letto non solo dei cibi. Ma anche degli spazi. I detenuti li descrivono così: “Tra un letto e l’altro ci sono 52 centimetri. La brandina misura 196 centimetri, compresa la barra terminale. Chi è più alto non ci sta e non può staccarla. Il tavolo è di 80 per 60 centimetri. Chi cucina non si siede e viceversa”. Spesso sono in tre a condividere la cella. “Quando piove entra acqua dalle finestre. In molte stanze manca l’interruttore. Per spegnere la luce svitiamo la lampadina”.
Cibo e spazio. Ma anche l’igiene ha a che fare con la dignità. Ecco un altro paragrafo: “Funziona una doccia su tre. Non c’è l’acqua calda. Dobbiamo lavarci con la schiena attaccata alle piastrelle sporche perché esce un rivolo d’acqua fredda dalle poche che funzionano. L’unica cosa che ci viene concessa sono quattro rotoli di carta igienica al mese ciascuno. Non è fornito dalla direzione e neanche è possibile l’acquisto di uno spazzolone per il wc. Siamo a un livello di civiltà che non vogliamo commentare”. Raccontano che nei bagni le muffe abbiano corroso l’intonaco. Che nelle sale comuni non ci sia il water. “Più di un compagno è stato costretto a urinare dentro a una bottiglia”. Scrivono che non ci sia aria d’estate. Né riscaldamento d’inverno. “Parassiti, topi e blatte sono ovunque. Anche nelle cucine. Con la stagione delle piogge la palestra si allaga”. Poi c’è la questione de “La spesa”. Un altro capitolo: “Possiamo comprare solo 19 cose alla settimana. Ma tra caffè, zucchero, acqua, gas, sono poche. Facciamo a turno per comprare l’origano e il pepe. Siamo poveri. Eppure siamo costretti a comprare le cose di marca. Un pacco di caffè Lavazza costa 6 euro. Perché non vendono il caffè Borbone? Una Coca cola 2. Perché non ci danno quella del discount?”.
Sono “violazioni sistemiche del principio di umanità della pena”, c’è scritto negli atti mandati in procura. Per capire occorre unire i punti. Numero 40: “La pizza quando c’è arriva alle 15. La mangiamo fredda a cena”. Numero 41: “Non abbiamo un mocio per pulire”. Numero 43: “I rapporti disciplinari sono falsificati. L’agente che deve inviare istanze si rifiuta di farlo per coprire i colleghi”. I legali individuano come potenziali indagati vertici e agenti del Dap: “Sono tenuti a vigilare sulla salubrità e sicurezza degli ambienti detentivi, ma hanno omesso di farlo”.
Poi ci sono le questioni sanitarie. “Per fare arrivare un medico dobbiamo battere i pugni sulle sbarre o urlare. Ci danno medicine che non conosciamo. Non c’è il dentista. Ogni tanto gli agenti autorizzati somministrano quello che chiamiamo “il punturone”“. Anche per gli affetti ci sono limiti: “Dopo l’ultima rivolta per un colloquio aspettiamo anche tre ore. A volte dura dieci minuti. Possiamo fare una telefonata a settimana”. Infine, c’è il capitolo sulla speranza, che loro intitolano: “I condannati all’ergastolo”. “Non possono andare in biblioteca. Non possono studiare. Non hanno una prospettiva per il futuro. Non chiediamo favori. Ma solo quello che ci spetta”. Seguono le firme. I nomi sono uno sotto l’altro. Al fondo c’è scritto: “Detenuti presenti: 147. Detenuti firmatari: 135. Detenuti che non firmano per paura di ritorsioni:12. Contrario: nessuno”.











