di Jessica Chia
Corriere della Sera - La Lettura, 20 aprile 2025
I reclusi di oggi si confrontano con i reclusi di ieri (ebrei, prigionieri politici). Un laboratorio realizzalo dalla Fondazione Memoriale della Shoah e Cdec. L’indifferenza è il veleno della società. È non pensare che abbiamo tutti lo stesso diritto alla vita. Sono le storie dimenticate e consumate nella solitudine di tragedie personali. È la discriminazione. Andrea, Irene e Laura, detenuti del carcere di San Vittore a Milano, riflettono (nei testi che hanno inviato a “la Lettura” e che pubblichiamo in queste pagine) su quella stessa parola scelta da Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, per essere scolpita nella pietra del muro-installazione del Memoriale della Shoah.
Come loro, sul tema hanno iniziato a confrontarsi il mese scorso detenuti e detenute a San Vittore, luogo spesso invisibile a occhi esterni, che stanno portando avanti anche una riflessione intorno a un altro concetto, con cui hanno a che fare ogni giorno: la libertà. Gli ottant’anni dalla Liberazione diventano così l’occasione per fare “incontrare” i detenuti di oggi con le testimonianze di chi fu incarcerato proprio qui durante la guerra, in un progetto intitolato San Vittore: esperienze di ieri, voci di oggi realizzato dalla Fondazione Memoriale della Shoah di Milano con la Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec).
Cioè un laboratorio di scrittura - della durata di un anno con appuntamenti bimensili - realizzato con l’Associazione Amici della Nave Odv e avviato in coordinamento con la direzione della Casa circondariale, grazie alla collaborazione degli educatori del carcere, che coinvolge il reparto femminile del carcere e quello maschile de La Nave (reparto di trattamento avanzato per la cura delle dipendenze) gestito dall’Asst Santi Paolo e Carlo.
Durante quest’anno di lavoro i detenuti entreranno in contatto con le testimonianze scritte (conservate dall’Archivio del Cdec) delle persone che tra il 1943 e il 1945 furono rinchiuse in quanto ebrei o/e oppositori politici al regime nazifascista e che furono incarcerati nei raggi IV, V e VI del penitenziario milanese. Occasione per pensare intorno alla personale esperienza di vita e di detenzione, entrare in contatto con la nostra storia (in particolare per chi viene da un altro Paese e da tradizioni differenti) e avere l’occasione per portare fuori da quel luogo la propria voce, il proprio vissuto.
Il progetto sarà presentato al pubblico martedì 22 aprile al Memoriale della Shoah (con la partecipazione di sei detenute) e i loro elaborati scritti saranno raccolti, e poi presentati al pubblico, a distanza di un anno dall’inizio del progetto. “L’iniziativa è nata da un nostro interesse per le condizioni marginali di migranti e detenuti - spiega a “la Lettura” Marco Vigevani, direttore della Commissione cultura e eventi della Fondazione Memoriale della Shoah - ma questa volta volevamo dare un senso un po’ diverso all’anniversario della Liberazione, ispirandoci sempre alle idee di Liliana Segre e al suo monito contro l’indifferenza.
Parleremo di quello che è avvenuto a San Vittore prima della Liberazione, nel periodo tragico tra il 1943 e il 1945, in cui anche Segre fu detenuta col padre nel quinto raggio. Ci auguriamo che da questa riflessione possa venire un arricchimento storico per gli stessi detenuti, sia per conoscere il luogo in cui si trovano, sia per riflettere sulla loro condizione oggi. Non sono parallelismi: in quello stesso luogo la condizione dei detenuti era allora terribile, oggi c’è comunque una situazione che la società intorno non vuole vedere”.
Finora il laboratorio ha proposto due incontri preparatori in cui sono stati introdotti testi storici che raccontano la detenzione dell’epoca, le richieste alle famiglie e le testimonianze delle condizioni di vita a San Vittore (come quelle che pubblichiamo in anteprima in questo grafico). È stato dato un inquadramento dell’epoca; la spiegazione di che cosa sia un archivio e le differenze di detenzione, in una sorta di relazione tra ieri e oggi.
“Il nostro istituto si occupa storicamente di Shoah. L’archivio è ricco di documentazione sulle vicende degli ebrei che hanno subito arresti e deportazioni, donati spesso dai famigliari delle vittime”, spiega Laura Brazzo, vicedirettrice della Fondazione Cdec e responsabile dell’Archivio storico. Tra questi materiali ci sono anche le lettere di Fausto Levi (1892-1943), ebreo antiquario incarcerato a San Vittore nel 1943 e poi deportato ad Auschwitz, e mai più tornato. O la testimonianza di Renata Caminada (1921-1993), arrestata in seguito a una delazione nell’aprile 1945, poi liberata il 26 dai partigiani.
Si possono trovare anche testimonianze di non ebrei come Antonio De Bortoli, detto “Il Barba”, che depose nel 1967 per le indagini in corso in Germania per il processo contro il criminale nazista Friedrich Bol3hammer, ritenuto responsabile delle deportazioni dall’Italia. De Bortoli era un partigiano cattolico attivo nel Varesotto; fu detenuto prima a Como, poi a Milano e infine nel campo di concentramento di Fossoli (Modena). “San Vittore: esperienze di ieri, voci di oggi ci permette di utilizzare la nostra documentazione d’archivio per un’attività di impatto sociale - prosegue Brazzo - fuori dagli schemi consueti di ricerca e divulgazione. E ci mette al servizio di una comunità di cittadini sempre più ampia e varia”.
“Spero che l’esperienza del laboratorio possa rappresentare un momento di crescita per chi vi parteciperà - conclude Eliana Onofrio, presidente dell’Associazione Amici della Nave -. Quasi certamente faticosa, anche per le tante e diverse sensibilità etniche, culturali, religiose, anagrafiche, che assai più oggi di ottant’anni fa si trovano a convivere all’interno di un carcere e spesso all’interno della stessa cella. Quindi esperienza di ascolto, esercizio e allenamento di accoglienza nella diversità”.











