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di Sara Bernacchia

La Repubblica, 16 luglio 2024

Parlano i neodiplomati della sezione carceraria indirizzo Enogastronomia dell’istituto Frisi a Bollate. L’esame lo hanno concluso giorni fa, così si avvicinano curiosi alla cattedra per leggere il foglio dei quadri e, davanti alle valutazioni - quattro promossi su quattro, tutti con voti da 75 in su -, non trattengono un sorriso di soddisfazione. Sì, perché se sostenere l’esame di maturità è sempre una sfida, farlo da detenuti lo è ancora di più. E i neodiplomati della sezione carceraria indirizzo Enogastronomia dell’istituto Frisi a Bollate lo sanno bene.

Da fuori, racconta I.K., è facile pensare “se sono finiti lì dentro, non avranno certo paura di un esame”, ma non è così: “La paura c’era eccome, soprattutto di non saper rispondere alle domande, di risultare impreparati”. Per questo lui ha fatto più del dovuto, leggendo anche libri al di fuori del programma, da Bel Ami di Guy de Maupassant a L’Agnese va a morire di Renata Viganò, ed è estremamente orgoglioso del suo 86. “Ho sempre sognato di laurearmi, ma mi ero rassegnato” racconta, spiegando di aver frequentato la scuola in Albania fino alla quinta superiore, ma di non essere riuscito a diplomarsi per i disordini scoppiati nel 1997 per la cosiddetta “anarchia albanese”. Da lì, accantonato il progetto di iscriversi all’università (per realizzarlo aveva anche studiato l’arabo negli anni delle superiori), la partenza per l’Italia: “Dovevo lavorare per mantenermi, non c’era più tempo per studiare. Ho sempre avuto il sogno di laurearmi, ma ci avevo rinunciato. Ora, dopo questo risultato, non sembra più impossibile”. E infatti pensa all’università (sul fascicolo con l’offerta formativa della Statale ha selezionato Enologia), anche se non vuole illudersi: inizierà solo se sarà convinto di poter arrivare fino in fondo.

Nelle aule di Bollate i detenuti-studenti cercano di ricostruire il loro futuro. I corridoi decorati da murales, con le porte blindate dipinte di azzurro e verde chiaro, ricordano quelli di un liceo, ma le motivazioni che spingono a tornare sui banchi qui dentro non sono mai banali. “È un modo utile e costruttivo di passare il tempo. Permette di aumentare la propria cultura e di confrontarsi con gli insegnanti e i compagni” racconta Giuliano, che in oltre 30 anni di detenzione ha conseguito anche la maturità scientifica e una lunga serie di certificazioni informatiche e ora conta di attingere altro sapere dalla biblioteca del carcere.

Chi arriva a diplomarsi sa che poter studiare qui è una fortuna, ma le difficoltà non mancano. È facile lasciarsi andare - “se hai una famiglia fuori - aggiunge I.K. - le preoccupazioni e i pensieri si moltiplicano per la lontananza” - o sentirsi in dovere di scegliere tra studio e lavoro, “perché - prosegue Giuliano - riuscire a mandare qualcosa a casa può fare la differenza”. La maggior parte di chi lascia la scuola (a settembre gli iscritti al Frisi erano 85, mentre gli allievi che hanno concluso l’anno sono la metà), infatti, lo fa per iniziare o proseguire un percorso di lavoro. “Anche per questo si punta sulla collaborazione tra scuola, direzione e attività, per far sì che gli studenti possano conciliare tutto” afferma Annaletizia La Fortuna, coordinatrice della sezione carceraria del Frisi, che insegna a Bollate da dieci anni: “L’arricchimento è sempre reciproco. Lo scambio non si limita alle nozioni, si estende alle esperienze di vita e alle opinioni”.

Altra criticità semplice da immaginare quella di concentrarsi in una cella condivisa. “Cercavo di approfittare della mattina presto, quando gli altri dormivano” racconta Umberto, 56 anni, che divide la cella con due compagni e al diploma - conquistato rispondendo a domande su Primo Levi e Verga, illustrando menù in inglese e svolgendo esercizi di matematica davanti alla commissione - non avrebbe mai rinunciato. Fuori dal carcere frequentava già una scuola serale, che aveva abbandonato solo quando era diventata inconciliabile con i turni di notte al lavoro. E ora vede nella maturità alberghiera appena conquistata un lasciapassare per il futuro: “Uscirò tra pochi mesi. Sto compilando il curriculum europeo, ora posso candidarmi anche per posizioni nella ristorazione. Mi piacerebbe tornare nella mia zona, ma sarei pronto anche lavorare sulle navi da crociera”.