di Ilaria Carra e Rosario Di Raimondo
La Repubblica, 24 luglio 2024
Viaggio nel carcere di Milano, il peggiore d’Italia, dove la popolazione è di giovanissimi, soprattutto stranieri con dipendenze e disturbi. Fanny Gerli ha 61 anni e dal 2018 entra a San Vittore per l’associazione Naga. Il suo turno è appena finito: “Sono sempre più giovani, sempre più poveri. Vivono in celle roventi, lo spazio è poco, se sono fortunati hanno due sedie. Le attese sono infinite, vuote, il tempo non passa mai e agosto sarà peggio. Molti hanno disturbi psichiatrici. Le famiglie sono lontane, nessuno sa che esistono. Non hanno voce e la rabbia cresce. Il carcere diventa una discarica sociale perché fuori non c’è niente per aiutarli”.
Oggi i reclusi sono 1.074, 996 uomini e 78 donne. Il numero cambia sempre perché la casa circondariale è la porta d’accesso di tutti gli arrestati. Ogni giorno entrano tra 15 e 20 persone ma il numero non corrisponde a quanti vengono “sfollati” in altri penitenziari. E la folla aumenta. Sempre più da ragazzi tra i 18 e i 25 anni, in maggior parte stranieri, spesso con dipendenze o disturbi. Ogni giorno una corsa per sistemarli. Antigone denuncia che la sezione maschile ha un sovraffollamento del 227%, il tasso più alto in Italia. Percentuali che ballano in base a come vengono lette. Il carcere, da vent’anni, funziona a scartamento ridotto. Due “raggi”, il secondo e il quarto, sono inagibili. La capienza massima, che secondo il ministero della Giustizia è di 754 posti, scende così a 503. Ci sono stanze da 8 o 9 detenuti, stipati nei letti a castello; molte sono da tre o cinque posti e a fatica si garantisce quel fazzoletto di 3 metri quadri a testa previsto dalla legge.
Un frigo va diviso tra più persone, farsi una doccia può diventare un’impresa. “L’emergenza è cronica e i trasferimenti funzionano meno perché anche le altre carceri lombarde, da Monza a Busto Arsizio, si sono riempite”, spiega Valeria Verdolini, presidente lombarda di Antigone. Ci sono reparti complicati. Come il sesto braccio, quattro piani: qui vivono gli ospiti con provvedimenti disciplinari, si riducono ore d’aria e apertura delle celle. C’è un reparto “a vocazione più o meno sanitaria - continua Verdolini. Persone ritenute incompatibili con la vita in reparto per fragilità psichica”. E ci sono i protetti, che per i crimini commessi (spesso di natura sessuale) sono gestiti a parte per la sicurezza. Il sovraffollamento non aiuta in situazioni critiche come quelle del quinto raggio, le “celle ad alto rischio”, con un regime di prevenzione per il rischio autolesionistico. “I numeri sono spaventosi - dice l’avvocata Antonella Calcaterra, di Antigone. Tante persone hanno bisogno di cure. Senza attività stanno dentro tutto il giorno tranne per l’ora d’aria”.
Beatrice Saldarini, presidente della commissione Carceri dell’Ordine degli avvocati di Milano, racconta: “Ieri nella saletta dei colloqui abbiamo visto un ragazzo. Si moriva dal caldo. Lui mi ha sorriso: “Immagini su”. È un disastro. E ho paura di agosto, perché tutto si ferma. I direttori delle carceri fanno i salti mortali. Ma sono costretti ad accettare detenuti anche quando le condizioni sono contrarie a ogni principio di rispetto dei diritti umani. Qui siamo all’illegalità”. Dall’1 gennaio al 10 febbraio le denunce al tribunale di Sorveglianza da parte di detenuti (di vari istituti) per “trattamenti inumani e degradanti”, in violazione dell’articolo 3 della Cedu, sono state 555. Un numero più alto dell’intero 2023 (furono 477). Ricorsi destinati ad aumentare. “Le docce sono esterne e in condizioni disastrose. Le camere, sebbene dedicate a persone in condizioni di salute problematiche, non hanno campanello d’allarme notturno”, scrive nel suo ricorso un detenuto di San Vittore, che denuncia anche come un “gravissimo episodio cardiaco” ha messo a rischio la sua vita e sottolinea una detenzione “contraria al senso di umanità”.
Una partita che Valentina Alberta, presidente della Camera penale di Milano, segue da vicino: “San Vittore è troppo pieno, vecchio. Ora è un inferno. Con le celle chiuse la gente è stipata in spazi stretti. I detenuti ci dicono che di fatto si esce solo quattro ore al giorno. Il personale fa l’impossibile per arrivare a fine giornata. Il direttore in passato ha avuto il coraggio di fare progetti per mantenere l’equilibrio. Ma il sistema non può reggere”.
Ivan Lembo, che per la Cgil è nella segreteria dell’osservatorio carcere e territorio, aggiunge: “Siamo preoccupati, i detenuti vivono in celle dove i metri calpestabili sono 3,14 e anche in virtù della circolare sulla media sicurezza rimangono chiusi dentro molte ore, amplificando i disagi”. “Siamo abbandonati”, conclude Alfonso Greco, segretario regionale del sindacato Sappe, che parla di agenti penitenziari costretti a “posticipare riposi e ferie”. “Non molliamo, aiutarne uno è già un mondo. Ma a noi interessa risolvere il problema”, sospira la volontaria Gerli, pensando alla prossima volta che entrerà a San Vitùr, appena mezz’ora a piedi dal Duomo.










