di Chiara Pannullo
contropiano.org, 13 agosto 2025
Il carcere minorile Beccaria di Milano è uno degli specchi in cui lo Stato riflette la propria immagine senza il trucco del linguaggio istituzionale. Lì, un ragazzo - già sottratto al mondo, già consegnato a un’istituzione che si presenta come “rieducativa” - tenta di compiere l’unico atto di libertà radicale che gli resta: decidere la propria fine. Viene strappato a quell’istante non per la sacralità della vita, ma per riaffermare la proprietà dello Stato sul suo corpo. E subito dopo viene colpito, insultato, marchiato da una frase che porta con sé secoli di dominio: “ti mangio il cuore”. Non è l’ira incontrollata di un singolo, ma un gesto perfettamente inscritto nella funzione dell’apparato repressivo: “salvarti” per poter disporre di te, e ricordarti che ciò che ti resta non ti appartiene.
Il carcere minorile non è un’anomalia dentro una democrazia compiuta: è la prosecuzione della sua struttura di classe con altri mezzi. È il terminale di un percorso che inizia molto prima delle sbarre, nelle scuole che separano e indirizzano, nei quartieri recintati dal degrado, nella precarietà trasformata in destino, nella retorica della sicurezza che traduce la povertà in colpa.
I giovani che arrivano qui non sono frutto del caso: sono stati selezionati dal meccanismo economico e sociale che li ha resi eccedenza, residuo che il capitale non impiega ma deve sorvegliare. In questo quadro, il gesto dell’agente è la forma elementare di una pedagogia della sottomissione. La minaccia al cuore - simbolo di volontà, coraggio, capacità di resistere - è una dichiarazione di guerra all’ultima porzione di sé che il detenuto potrebbe ancora opporre. Non basta rinchiudere: occorre spegnere ogni possibilità di insubordinazione interiore, impedire che la disperazione si converta in coscienza, che l’isolamento produca parola e organizzazione.
È per questo che il pestaggio non è un “abuso”, ma un atto perfettamente funzionale: non indebolisce l’istituzione, la rafforza, perché imprime nella carne e nella memoria la gerarchia che la sorregge. Che le indagini si allarghino a decine di figure - agenti, dirigenti, personale sanitario - non è la prova di un cedimento, ma di una coesione interna. La violenza è un lavoro collettivo: chi colpisce, chi tace, chi falsifica, chi archivia, tutti concorrono a mantenere l’ordine interno ed esterno. Non ci sono “mele marce”, ma un albero piantato e coltivato per dare quel frutto. E finché quell’albero resterà in piedi, il frutto continuerà a maturare.
Il Beccaria è un frammento della geografia del contenimento: scuole-ghetto, pattuglie di quartiere, centri per migranti, carceri per adulti. Luoghi diversi per un’unica funzione: mantenere la distanza fra chi produce ricchezza senza possederla e chi la detiene senza produrla.
In tempi di crisi permanente, quando il sistema non può più integrare tutti, il carcere diventa una discarica sociale dove confinare corpi inutilizzabili, sottraendoli alla possibilità di organizzarsi. Non rieduca, non cura: conserva e immobilizza, trasformando il potenziale conflitto in docilità o annichilimento.
La frase “ti mangio il cuore” racchiude in sé l’essenza di questa funzione: non solo punire, ma divorare ciò che ancora batte e potrebbe ribellarsi. È la confessione involontaria che il potere ha paura di ciò che resta vivo nei corpi che opprime. Per questo il cuore deve essere inghiottito, ridotto a silenzio, reso inoffensivo. Ed è questa paura che spiega la ferocia: il timore che la marginalità si trasformi in forza collettiva. Non è questione di “umanizzare” il carcere, di renderlo più tollerabile, perché la sua funzione è inseparabile dalla sua violenza. Ogni riforma che ne mantenga intatta la logica sarà solo un’imbellettatura dell’acciaio. Finché resterà intatto l’ordine che lo alimenta, ogni salvataggio sarà seguito da un colpo, ogni vita restituita solo per essere posseduta, ogni cuore vivo un cuore in pericolo.
Ecco la verità dolente: il Beccaria non è il fallimento di un’idea nobile, è il successo di un disegno antico. E finché il disegno non verrà strappato dalle mani di chi lo traccia, altre mura, altre celle, altri corpi, altri cuori seguiranno la stessa traiettoria. Non ci saranno eccezioni, perché qui non c’è errore: c’è sistema.











