di Rosa Maria Di Natale e Salvo Palazzolo
La Repubblica, 3 marzo 2026
Era detenuto dal maggio 1993, è deceduto nel carcere milanese di Opera. Nitto Santapaola è morto. Lo storico capo di Cosa nostra catanese, in carcere dal 1993, è deceduto all’ospedale San Paolo di Milano, dove era stato ricoverato lo scorso 25 febbraio. Santapaola, 87 anni, era stato arrestato in un casolare di Mazzarrone, nell’hinterland di Catania, dopo 11 anni di latitanza: trovato a dormire con la moglie, non oppose resistenza. L’anziano boss era detenuto ormai da anni al 41 bis. La procura di Milano ha disposto l’autopsia.
Santapaola era condannato per essere il mandante di omicidi e stragi. I pentiti l’avevano accusato dell’omicidio del giornalista Pippo Fava. Il boss catanese era stato condannato anche per essere stato uno dei mandanti della strage di Capaci, in cui erano morti Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. In Cosa nostra era soprannominato “il cacciatore”, Santapaola trasformò la mafia catanese in una holding criminale capace di infiltrare l’economia legale e la politica.
Storico capo di Cosa nostra a Catania ha guidato le fila della sua organizzazione espandendo il suo potere nel controllo degli appalti pubblici, delle estorsioni e del traffico di sostanze stupefacenti. Per la sua passione era chiamato il ‘cacciatorè, ma la sua abilità criminale negli anni Settanta lo spinge a muoversi da ‘imprenditorè e così inaugura concessionarie di auto con questore, prefetto, arcivescovo e amministratori pubblici aiutato da un’altra cosca alleata anche per legami di parentela, la ‘famiglia’ Ercolano. Allo stesso tempo, inoltre, la sua cosca si rende protagonista di violente e sanguinose faide mafiose, come quelle contrapposte negli anni ‘80 al boss rivale Alfio Ferlito e all’inizio degli anni ‘90 ai clan dei Cursoti, Cappello e Pillera. Quest’ultima in due anni provocò oltre 220 omicidi a Catania e provincia.
Nella guerra di mafia Santapaola poteva contare sull’appoggio della forza di fuoco della cosca guidata dal Malpassotu, il boss Giuseppe Pulvirenti, che dopo la cattura si pentirà accusando Santapaola di diversi omicidi. Il ‘cacciatorè è stato alleato dei Corleonesi che ufficialmente ha sostenuto nella strategia degli attentati, ma si è rifiutato di commettere omicidi ‘eccellenti’ a Catania, per evitare l’interesse dello Stato nella sua area di influenza criminale, tanto che Totò Riina fece uomo d’onore Santo Mazzei, sostenuto anche dai Lo Piccolo, per contrapporlo, ma inutilmente, alla leadership criminale di Nitto. È condannato a più ergastoli, tra questi quelli per l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava nel 1984 e quelli per le stragi del 1992 a Capaci e in Via D’Amelio e per la morte dell’ispettore di polizia Giovanni Lizzio a Catania.
Latitante storico è stato arrestato il 18 maggio del 1993 nelle campagne del Calatino, in compagnia di sua moglie, Carmela Minniti, la donna della sua vita che non lo ha mai abbandonato, uccisa a casa sua il 1 settembre del 1995 a colpi di pistola dal ‘pentito’ Giuseppe Ferone, un ex affiliato al clan Ferlito-Pillera che, spiegò dopo, agì per vendetta: voleva fare provare al capomafia lo stesso dolore che lui aveva provato con la morte di suo padre e suo figlio, assassinati senza che il capomafia avesse fermato i sicari.
Detenuto sempre in regime di 41 bis nel carcere di Opera, Santapaola è stato accusato di avere continuato a gestire il clan da detenuto e per questo sono state più volte rigettate le richieste di concessione degli arresti domiciliari o la detenzione in una struttura medica per le sue condizioni di salute. Il boss da molti anni soffriva di una grave forma di diabete. Negli ultimi giorni le sue condizioni di salute sarebbero aggravate, tanto da richiedere un trasferimento in ospedale.











