di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 14 aprile 2026
Rosalia Marino, direttrice della struttura di Opera: laboratori, avviamento al lavoro e tema casa. “Insieme si crea fiducia”: verso Milano Civil Week. La cosa più difficile? “Costruire comunicazione e dialogo con tutti, dentro e fuori dal carcere”. La più necessaria? “Costruire comunicazione e dialogo con tutti, dentro e fuori dal carcere”. Perché? “Difficile perché il mondo fuori, a parte qualcuno, del carcere non vuole sapere. In certi momenti, e purtroppo questo è uno, i più vorrebbero che per chi sta dentro si buttasse la chiave e stop. Ma parlarne è necessario, perché il carcere non è una storia a parte. E un pezzo di noi. Ogni volta in cui uno che esce torna dentro significa che il carcere ha fallito il suo scopo”.
Rosalia Marino dirige da novembre quello milanese di Opera. Tra i più grandi in Italia con circa 1.400 persone detenute in uno spazio fatto per poco più di 800. “Il punto è che quello scopo - dice - nessuno può raggiungerlo da solo. Il dialogo di cui dicevo è in sé plurale. O si fa insieme o non esiste”.
Non a caso anche lei parteciperà al panel di Milano Civil Week che il g maggio coniugherà attorno al mondo-carcere e alla finalità della pena il tema generale dell’edizione 2026: “Insieme. di Paolo Foschini La società della fiducia”.
Ripartiamo: le difficoltà…
“Dirigere un carcere è un’impresa complicata da sempre, ora di più. Maggiori le disuguaglianze, le povertà, i problemi familiari, di salute, di dipendenza. E così fuori e ovviamente è così dentro, dove siamo chiamati a gestire i diritti fondamentali di esseri umani affidati a noi in una condizione di per sé non umana, cioè in privazione di libertà. Servono testa e cuore per costruire relazioni tra persone in uno spazio chiuso. Che comprende il personale. A fronte del sovraffollamento ricordato da lei, rispondo solo alla domanda, mancano a Opera oltre cento agenti e come in tutti gli istituti sono pochi i mediatori culturali, gli educatori, i medici, gli psichiatri... elenco lungo”.
Ha ancora fiducia?
“Se non ce l’avessi non potrei fare questo mestiere. La parola rieducazione non mi è mai piaciuta, anche se è quella dell’articolo 27 della Costituzione: preferisco dire che una pena ha senso se è una opportunità. E che il carcere dovrebbe essere una soluzione estrema. Credo che la strada sia investire su cultura, formazione, istruzione, lavoro. Intendo non solo soldi, sempre pochi, ma investire energie e appunto fiducia. Su questo ho trovato a Opera un grandissimo patrimonio”.
Per esempio?
“Le attività sono tante, alcune le mostreremo anche durante la Civil Week: dalla sartoria alla liuteria, l’officina, la digitalizzazione di documenti, e certo non saranno mai abbastanza. Intanto però solo negli ultimi mesi abbiamo autorizzato 34 nuovi articoli 21 per il lavoro esterno”.
Su 1400 persone detenute non sembra molto…
“Eppure rispetto alle autorizzazioni totali sono tante. Perché il problema è su due lati, e da una parte purtroppo è giuridico: molti hanno un tipo di pena, e non mi riferisco solo ai 41-bis o ai quattrocento in alta sicurezza qui a Opera, che non consente di accedere ad attività lavorative; altri, tanti anche loro, non sanno che la semplice violazione di una prescrizione quando sono fuori, anche solo un mancato rientro in comunità, comporta una sospensione di tre anni - tre anni - da ogni beneficio. Compresi quelli lavorativi. Mi spiego?”.
Sì. E l’altro lato?
“Sta nel mondo esterno. Le possibilità di lavoro vanno create fuori. Così come le soluzioni abitative. E occorre far capire che questa è una opportunità nell’interesse di tutti. Il 60% degli stranieri in carcere non ha famiglia né casa né lavoro. Solo in Lombardia ci sono 1.500 persone detenute con meno di un anno di pena da scontare, quattromila con meno di due: possono anche essere detenuti-modello, ma restano dentro solo perché fuori non hanno niente. Per questo l’impegno deve essere quello di costruire una rete”.
In gennaio nella sua rete è finito anche il maestro Muti…
“Un esempio. E non solo per il concerto bellissimo fatto qui, con gli strumenti realizzati nella nostra liuteria partendo dal legno dei barconi, ma proprio per il coinvolgimento di cui parlavo e che grazie alla rete tra istituzione penitenziaria, sponsor privati, imprenditoria, volontariato, Terzo settore, ha consentito di andare oltre l’evento e ristrutturare l’intero nostro teatro: oggi usato ogni giorno. Certo, ci sono anche fallimenti. Ma ogni piccolo traguardo raggiunto è una iniezione di fiducia per puntare al successivo. Insieme si può fare”.











