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di Don Paolo Selmi

casadellacarita.org, 25 giugno 2026

Sono 31, nel momento in cui scrivo, le persone che si sono tolte la vita in un carcere italiano dall’inizio del 2026. Ogni suicidio in carcere è una sconfitta per lo Stato e per la comunità e interpella chi, come la Casa della Carità, fin dall’inizio della sua attività entra negli istituti penitenziari con progetti sociali e culturali. Ma una di queste morti - avvenuta lo scorso 8 giugno a Milano - ci tocca particolarmente. La vittima, Lamine, era reclusa a San Vittore nella sezione riservata alle persone ad “alto rischio suicidario” o in fase di grave scompenso psichico, ed era conosciuta da operatrici e operatori della Fondazione che entrano in questo reparto per offrire momenti semplici di relazione e di ascolto a chi non ha davvero nulla, in un ambiente che è già di per sé di grande privazione.

In questo tipo di reparti, infatti, non solo le celle non hanno elementi di arredo - se non i letti e i sanitari, fissati al pavimento - ma le persone non possono tenere con sé niente, spesso nemmeno i vestiti, perché ogni oggetto potrebbe diventare una potenziale arma da rivolgere contro se stessi. Oltre a questa privazione materiale, questi detenuti vivono in sostanziale isolamento.

Come denuncia anche l’Associazione Antigone nel suo “Dossier su suicidi e decessi in carcere nel 2025 e nei primi mesi del 2026”, la prevenzione dei suicidi e degli atti di autolesionismo avviene attraverso “il controllo e la neutralizzazione dei possibili mezzi, piuttosto che attraverso un potenziamento delle misure di ascolto, supporto psicologico e presa in carico”. Capiamo che questi tipi di intervento rappresentino una forma di tutela nei confronti di persone estremamente fragili e non ignoriamo le difficoltà in cui opera quotidianamente il personale penitenziario - che vive anch’esso una situazione di profonda sofferenza, tanto che anche tra gli agenti si continua purtroppo a registrare un numero allarmante di suicidi - ma la domanda che ci facciamo è perché persone così vulnerabili si trovino in una cella e non in un servizio di cura. L’amara risposta è che purtroppo il carcere è diventato il luogo dove finiscono tutte quelle fragilità che gli altri servizi non riescono più a prendere in carico, perché il carcere è l’unico presidio pubblico che non può rifiutare nessuno, che non può dire “non possiamo farci carico di questa persona perché non abbiamo posto”.

In questo modo, però, il carcere rischia di diventare solo un luogo di abbandono e disperazione, dove si sommano continuamente sovraffollamento, degrado strutturale, sofferenza psichica e mancanza di percorsi reali di reinserimento, senza che ci si interroghi sulle cause profonde del disagio, della marginalità e dell’esclusione, che spesso stanno all’origine dei percorsi che conducono al reato. La risposta dovrebbe invece essere quella di investire con coraggio nei servizi sociali, nel sostegno alle fragilità psichiche e nei percorsi educativi come strumenti di prevenzione; e poi nelle misure alternative, nell’esecuzione penale esterna, nell’accompagnamento educativo, nello scambio tra dentro e fuori le mura degli istituti penitenziari, attraverso il volontariato e le iniziative culturali. Questi interventi non sono solo più umani e rispettosi della dignità delle persone, ma sono anche più efficaci nel ridurre la recidiva e nel costruire una sicurezza reale per la collettività.

E vorrei qui richiamare le parole pronunciate dall’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nel suo ultimo Discorso alla città, in cui ha definito come intollerabile la situazione delle carceri del nostro territorio: “La Costituzione della Repubblica italiana è tradita nelle reali condizioni dei carcerati, nella formazione e trattamento del personale della Polizia penitenziaria. Una società che funziona in modo che la detenzione sia il modo più ovvio, condiviso e sbrigativo per sanzionare reati si rivela incapace di prevenire i reati, di esigere la riparazione dei danni e di porre le condizioni per recuperare persone alla legalità. L’orientamento di una mentalità repressiva che cerca la vendetta piuttosto che il recupero, che si difende con indifferenza e ignoranza, segnala una crepa pericolosa nella casa comune”.

E allora vorrei fare ancora una volta un appello affinché il carcere sia rimesso al centro del dibattito pubblico e della responsabilità collettiva. Il carcere non è un corpo estraneo alla società: è una parte dello Stato e della comunità, e ciò che avviene al suo interno riguarda tutte e tutti noi. Non possiamo continuare ad accettare che la situazione drammatica degli istituti penitenziari si consumi nell’indifferenza e nel silenzio generale.

Lo dico anche da sacerdote. C’è un criterio che il Vangelo ci consegna ed è quello della misericordia. Eppure, troppo spesso, anche nelle comunità cristiane prevale uno sguardo che finisce per seguire il senso comune: hai sbagliato, hai fatto del male, dunque devi pagare fino in fondo. Ma non è questa la prospettiva evangelica. Le persone private della libertà non sono numeri né soggetti anonimi: sono donne e uomini con una storia, una fragilità, una sofferenza. Riconoscere questa umanità non significa negare le responsabilità o il dolore provocato dai reati, ma affermare che ogni persona conserva una dignità che nessuna condanna può cancellare.