di Massimo Pisa
La Repubblica, 16 marzo 2025
Oggi la casa circondariale ha più detenuti di Opera e San Vittore, ma anche rapporti con 92 aziende che assorbono trecento persone. La “Nave” è ancorata da tre mesi al carcere di Bollate. Che, a differenza di San Vittore e di quella specifica struttura, non è attrezzato per terapie a detenuti con dipendenze. “Ne accogliemmo 143 il 13 dicembre - racconta il direttore di Bollate, Giorgio Leggieri - in una notte. Sono ancora con noi. Poteva essere un fattore destabilizzante, non accadde nulla perché ne parlammo prima ai nostri detenuti: io, il comandante della Penitenziaria, gli educatori. A gennaio abbiamo assorbito altri sfollamenti da San Vittore e da Brescia, e prossimamente ne accoglieremo altri: al momento la nostra popolazione ha superato la casa circondariale e Opera”.
Direttore, cominciamo dai numeri, allora...
“Ospitiamo quasi 1650 persone, con circa 200 donne. La capienza regolamentare è di 1252 posti letto. La tollerabile, secondo la Cedu, è di 1905 posti. Consideri che da agosto 2025 abbiamo avuto un flusso di oltre 500 ingressi legati anche a riorganizzazioni regionali, come Vigevano: lì è stata chiusa la reclusione femminile. Ma questo moltiplicatore di ingressi non deve diventare un alibi. La linea è integrare le persone”.
Come regge il sistema?
“La capienza va letta rispetto alla sostenibilità di un sistema impostato sulla vigilanza dinamica. Le camere sono aperte per più di dieci ore, le persone hanno libertà di movimento nei singoli reparti e possono uscirne con un obiettivo preordinato. L’autonomia e la libertà di movimento sono condizionati al fare. Nelle aree omogenee le persone passano la loro giornata. L’obiettivo è che l’ozio sia azzerato il più possibile, come presupposto dell’autonomia e della responsabilizzazione. Senza impegno non c’è autonomia. E così il tasso di affollamento ha una sua sostenibilità”.
E poi c’è il lavoro...
“La legge Smuraglia assegna alle imprese che impiegano detenuti un credito d’imposta da 520 euro per ogni assunto in articolo 21 e 300 se in semilibertà. I controlli semestrali spettano a noi, ovviamente. È un meccanismo che abbiamo scelto di alimentare e oggi abbiamo rapporti formalizzati con 92 aziende per un totale di 300 lavoratori tra la nostra area industriale e l’esterno. La selezione avviene per bandi, e poi c’è il colloquio di lavoro, modalità con cui magari il detenuto non si è mai confrontato. Qui sono soggetti a orari e puntualità. Sono trattati come uomini, come donne”.
C’è un rovescio della medaglia?
“Qui hai meno alibi. L’autonomia non si trasforma in indifferenza e in mancanza di regole: è l’esatto contrario. Se vuoi infantilizzare la persona, basta dire in maniera meccanica: tu non fai, io non vedo. E illudersi di un sistema di controllo. La difficoltà per un detenuto è avere meno schemi, meno schermi, meno mistificazioni: e non tutti i detenuti riescono a gestire questo livello di osservazione e sollecitazione. Regole, che poi sono quelle in cui si imbatteranno all’esterno. Non è facile. Non è un modello adatto a tutti. E nei 25 anni di Bollate questo modello è anche è cambiato”.
Come?
“Prima qui accedevano solo persone con fine pena definitivi non inferiori a due anni. E trasferiti da altri istituti, tranne i condannati per reati sessuali residenti in Lombardia: ne abbiamo 500, con un alto tasso di ultrasettantenni, e sono i più a rischio autolesionismo e suicidi. Ma dicevo, questi criteri si sono allentati con il Covid e il post-Covid, dal 2024 abbiamo visto un incremento della fascia dai 18 ai 25 anni che provengono dal Beccaria, e tantissime persone portatori di disturbi psichici”.
Parliamo dei primi, spesso ragazzi di seconda generazione provenienti da periferie urbane...
<Le loro dinamiche di gruppo sono quelle che devi subito comprendere. Questi ragazzi trovano il guscio nella gang: se abbatti schermi e barriere, trovi la loro fragilità. Servono educatori di strada, figure di riferimento che non si ergano a pedagogisti su un piedistallo. Da noi è il quarto reparto quello con persone alla prima detenzione, ci sono anche studenti universitari, e c’è una cooperativa che li gestisce in maniera strutturata. Si alimenta con la musica e lo sport: abbiamo una sala prove con gli strumenti, una per produrre rap, facciamo tornei interni e abbiamo incontri con testimonial che ci parlano anche di diversità, come Giusy Versace. Abbiamo vissuto una bellissima Giornata della Speranza il 28 febbraio e stiamo pensando a corsi di formazione per arbitri”.
E poi c’è il disagio psichico, che in un carcere è un elemento di fortissimo rischio...
“Bisogna studiare percorsi e inventare soluzioni per chi, come noi, non ha reparti dedicati. Con le aziende, ad esempio, puntando sui lavori manuali. Con protocolli mirati. E puntiamo, finché possibile, sull’interazione a più livelli. A Bollate vivono 83 ergastolani, colletti bianchi, giovanissimi, tutti in circuito omogeneo. Questa promiscuità, a patto di avere una regia e un’idea, è anche un elemento di prevenzione. Noi siamo presenti nei corridoi, parliamo, ci confrontiamo, condividiamo informazioni. È come una città. Devi far passare la logica del rispetto. Se lo pretendo, lo devo dare. Non significa buonismo”.











