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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 26 maggio 2026

Nuove ombre e sospetti di ritorsione nel penitenziario milanese. Un detenuto trentanovenne resta recluso a Opera nonostante il magistrato di sorveglianza di Milano abbia autorizzato il suo trasferimento lo scorso 12 maggio. Un provvedimento d’urgenza che, a oggi, è rimasto lettera morta. La sua avvocata, Guendalina Chiesi, ha già inviato un sollecito urgente al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e alla direzione dell’istituto. L’uomo, condannato all’ergastolo, resta dov’è: in isolamento, sottoposto al regime di sorveglianza particolare previsto dall’articolo 14-bis dell’ordinamento penitenziario, con una nuova proroga di tre mesi notificata il 6 maggio.

La vicenda di questo detenuto catanese si inserisce in un quadro più ampio di segnalazioni provenienti dalla sezione isolamento di Milano-Opera. A tenere i fili c’è anche l’associazione “Quei Bravi Ragazzi Family”, presieduta da Nadia Di Rocco, da anni impegnata nella denuncia delle condizioni detentive in istituti lombardi, Opera compresa. Da mesi, come riportato più volte su Il Dubbio, l’associazione segnala ai Garanti quello che i ristretti riferiscono dall’interno: pressioni su chi scrive, ritorsioni su chi denuncia, percorsi trattamentali bloccati. Dentro la sezione isolamento convivono detenuti comuni, alta sicurezza, soggetti al 14-bis, misure disciplinari, pazienti psichiatrici e nuovi giunti. Chi ci sta descrive un ambiente dove rivolgersi all’esterno viene percepito come un rischio.

Una notte di inizio aprile e le sue conseguenze - Secondo la difesa e l’associazione, una parte di questa storia ruota attorno alla notte del 3 aprile, quando nella sezione Nuovi giunti sarebbe avvenuto un presunto pestaggio ai danni di un detenuto straniero con fragilità psichiatriche. Un testimone avrebbe riconosciuto uno degli agenti coinvolti e deciso di denunciare. Dopo quella scelta, l’associazione riferisce che il testimone sarebbe stato avvicinato più volte da appartenenti alla polizia penitenziaria che lo invitavano a interrompere i contatti con associazioni e giornalisti. Il clima è quello descritto nelle lettere collettive che i detenuti della sezione hanno fatto uscire in questi mesi: celle inabitabili, fornellino vietato, prescrizioni mediche ignorate, ritorsioni verso chi firma. Nel caso del recluso di cui parliamo, la sequenza ha una documentazione precisa. L’8 aprile 2026, stando alla ricostruzione dell’amministrazione, il detenuto si sarebbe posto in modo minaccioso verso il personale e avrebbe istigato un altro ristretto ad aggredire un agente. Il Consiglio di disciplina integrato, riunito il 17 aprile, ha espresso parere favorevole alla proroga del regime. Il 5 maggio il vice capo del Dap ha firmato il decreto: altri tre mesi di 14-bis. Camera singola, niente attività culturali o sportive, niente corsi scolastici, due ore d’aria al giorno.

Il detenuto, nelle memorie manoscritte allegate al reclamo, racconta qualcosa di completamente diverso. Descrive di essersi trovato nel corridoio vicino alla doccia quando ha visto un detenuto marocchino nella “cella liscia” numero 23 che cercava di farsi del male con una lametta. Sostiene di aver provato a calmarlo, ripetendogli di non tagliarsi. Di aver sentito l’agente presente rivolgersi al detenuto in crisi con le parole “sì, tagliati bene”. E di aver risposto invitando quell’agente a vergognarsi. Precisa di non aver urlato, non aver minacciato nessuno, non aver mai pronunciato frasi di incitamento.

La sua versione trova riscontro in due dichiarazioni manoscritte di altri detenuti. Uno, ristretto nella cella 10 dei Nuovi giunti, scrive di aver visto dalla propria cella il recluso che cercava di tranquillizzare il compagno, ripetendogli di non tagliarsi, mentre l’agente continuava a dirgli “ti tagli bene”. Precisa che si trattava dello stesso agente che ha poi redatto il rapporto disciplinare contro di lui. Analoga dichiarazione viene da un altro detenuto, testimone diretto: l’uomo non ha mai detto al detenuto di usare la lametta contro l’agente. La difesa segnala un problema procedurale che considera determinante: il recluso sostiene di non essere mai stato convocato davanti al Consiglio di disciplina prima della proroga. Lo scrive chiaramente nelle memorie: “Io non sono mai stato chiamato a nessun Consiglio di disciplina per potermi difendere e/o discolpare in merito all’ordinamento e ai fatti contestati dell’8 aprile”. Aggiunge che il rapporto sarebbe “totalmente falso” e che l’agente che lo ha redatto è lo stesso che aveva partecipato all’aggressione del cittadino straniero. La Cassazione ha stabilito più volte che saltare le garanzie procedimentali in materia disciplinare rende illegittima la sanzione irrogata.

Il trasferimento che non arriva - Il quadro si complica guardando alla storia recente della misura. Il 12 gennaio 2026 il vice capo del Dap aveva disposto il regime di isolamento per sei mesi. La difesa aveva presentato reclamo al Tribunale di sorveglianza di Milano, che il 25 marzo aveva ridotto la durata da sei a quattro mesi, riconoscendo che la misura originaria non era pienamente proporzionata. Tredici giorni dopo quella decisione si verifica l’episodio contestato. Il 5 maggio arriva il nuovo decreto: tre mesi in più. La difesa pone una domanda senza risposta: se il Tribunale aveva appena ridotto il regime perché sproporzionato, come può un singolo episodio successivo giustificare un’estensione?

La richiesta di trasferimento è l’altra parte della vicenda. Un primo tentativo era stato fatto già nell’agosto 2025 dall’avvocato Fabio Costa per motivi familiari: i figli del recluso, entrambi minorenni, vivono in Piemonte tra Mezzomerico e Oleggio e non riescono a raggiungere Opera per i colloqui. Quella richiesta non ha mai ricevuto risposta dal Dap. L’11 maggio scorso l’avvocata Chiesi ha depositato una nuova istanza urgente, motivata dall’incompatibilità ambientale ormai conclamata. Il 12 maggio il magistrato di sorveglianza ha concesso il nulla osta. Al 18 maggio l’uomo era ancora a Opera. L’avvocata ha inviato un secondo sollecito scrivendo che “la situazione attuale appare sempre più grave e non più sostenibile sotto il profilo umano, psicologico e trattamentale”.

Nelle memorie emerge quello che il detenuto riferisce sulle pressioni ricevute: gli sarebbe stato detto di smettere di scrivere a giornalisti, politici, avvocati e Garanti, e che i rapporti disciplinari sarebbero la conseguenza diretta di quelle denunce. “Il rapporto dell’8 aprile è stato fatto solo perché io ho scritto ai media, associazioni e Garanti della Repubblica italiana per segnalare gli abusi e le violazioni dei diritti”. Durante un incontro con la criminologa dell’istituto, aggiunge, gli è stato fatto capire che la sua attività di segnalazione crea “una rottura” con la direzione e che lui “può essere ritenuto un promotore”. Lui ha risposto che firmare un reclamo è un diritto previsto dalla legge. C’è infine un elemento che la difesa considera sintomatico: dall’anno 2020 il recluso si è trovato ristretto quasi costantemente in istituti dove operava la stessa figura direttiva. Prima a Torino, poi a Biella, poi a Vigevano, infine a Milano-Opera. Quattro istituti, una sola direttrice. Il Tribunale di Sorveglianza dovrà ora pronunciarsi sul reclamo contro la proroga del 14-bis. La difesa chiede le videoregistrazioni dell’8 aprile, il verbale del Consiglio di disciplina del 17 aprile e l’audizione dei detenuti che hanno reso dichiarazioni scritte. Senza quegli elementi, la proroga si fonda su una ricostruzione unilaterale che il diretto interessato smentisce punto per punto.