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di Angelica Giambelluca*

personemagazine.it, 24 aprile 2025

Terzo giorno di volontariato in carcere. Ho iniziato da poco a fare la volontaria nel carcere di Bollate, un’esigenza che sentivo da tempo e che finalmente sono riuscita a realizzare. Ma un conto è immaginarsi dietro a quelle sbarre, altro conto è viverlo per davvero. Ed è davvero un altro conto. Al terzo giorno inizio a farmi un’idea più precisa del mio ruolo, inizio a capire meglio le mille regole della struttura, inizio a riconoscere volti, voci, modi di fare. Un codice unico che appartiene solo a queste mura e a queste persone, e che fuori di qui sarebbe a mala pena comprensibile. Una delle prime cose che mi hanno colpito è la stessa strutturala della Casa di Reclusione di Bollate: questa è la definizione corretta, e differisce dalla casa circondariale dove si trovano detenuti definitivi, ma soprattutto imputati in attesa di giudizio.

Qui ci sono solo i definitivi. Qui ci arrivi se te lo meriti, perché Bollate è diverso da tutte le altre carceri italiani, con celle sempre aperte, molti laboratori, molte opportunità di lavoro all’interno della struttura: un percorso fatto apposta per preparare i detenuti che - prima o poi- usciranno. E come ho già avuto modo di dire, prima o poi, escono tutti. Anche chi ha l’ergastolo, a determinate condizioni, e dopo un certo numero di anni, può uscire o ottenere permessi premio. Per cui qui si viene dopo un’attenta analisi del percorso fatto, e ci si rimane se si rispettano le regole. Bollate ha un tasso di recidiva del 30%, altrove siamo oltre il 60%. Significa che forse questo modello funziona. Dicevo che la prima cosa che mi ha colpito è la stessa struttura: padiglioni enormi di cemento, il cui grigio è interrotto da colori sgargianti che circondano le finestre rettangolari. Quasi a ricordare che qui si espia una pena, ma si può sempre trovare un senso, un colore, un significato, anche a questa esistenza ristretta.

Di fronte al carcere c’è un ospedale, l’IRRCS Galeazzi. Sono proprio uno di fronte all’altro, divisi da una striscia d’asfalto. E dal filo spinato. Da una parte c’è il grigiore del carcere, dall’altra il bianco brillante dell’ospedale, una struttura nuova e bellissima, da togliere il fiato. Chi sta in carcere e si affaccia dalle finestre sbarrate, vede l’ospedale. Il primo pensiero che ho avuto è a cosa pensano i detenuti che vedono quel panorama. Perché l’ospedale è l’unico scorcio della vita là fuori che possono vedere abbastanza da vicino. Per il resto, solo tetti che si confondono con il cemento. Chissà se i detenuti e le detenute si immaginano le persone che percorrono quei corridoi dell’ospedale, liberi di andare e venire. Se si immaginano lì, se preferirebbero essere lì, magari nei reparti più intensivi, piuttosto che stare dove stanno. Pensieri astratti che forse io, al loro posto, farei.

La seconda cosa che mi ha colpito sono le persone che incontro al mattino nel parcheggio. Mentre io mi accingo a passare i controlli mostrando il mio documento - e lasciando il cellulare che per nessun motivo si può portare all’interno- queste persone entrano da un’altra porta. E non sono mai a mani vuote: portano sacchi pieni di oggetti e alimenti, vestiti. Stanno a testa bassa, non riesco quasi mai a vederli in faccia.

Alcuni sono coppie di anziani, altri sono soli con passeggino al seguito. Ecco, i genitori con i bambini piccoli sono davvero un pugno in un occhio. Immagino vengano a trovare l’altro genitore in carcere, madre o padre. E mi metto nei panni, senza riuscirci, di quei bambini. Se sono troppo piccoli, magari non capiscono. Se hanno dai 5 anni in su, qualche domanda iniziano a farsela. Perché poi arriva l’altro pugno dello stomaco legato a questo scenario: la sezione destinata ai colloqui con i famigliari. La vedo ogni volta che attraverso il cortile principale per entrare nelle sezioni del carcere. C’è quella interna, che intravedo da fuori - io non ci posso andare - solo dalla scritta COLLOQUI scritta con la vernice sulla porta e da qualche farfalla disegnata su uno sfondo giallo, un timido tentativo di rendere quel percorso più gradevole alle famiglie. Quello che vedo bene è invece l’area esterna, un giardino con tavolini e scivoli o giochi per bambini. Recintato. Ogni volta che passo lì vicino, mi fermo. Mi si blocca il respiro.

Mi immagino un bimbo che prova a giocare su quei giochi, mentre mamma e papà parlano, mentre uno sfrutta ogni piccolo secondo per parlare con l’altra, e conta gli attimi che gli rimangono per giocare con suo figlio. So che, se sono lì, è perché se lo meritano. Ho già smarcato il tema, e so che non devo farmi impietosire. Ma non riesco a non emozionarmi ogni volta che vedo quel luogo. Come stridono quegli scivoli colorati con l’ambiente che li ospita, come devono sentirsi quei bambini a giocare pochi minuti con quel genitore che vedono una volta a settimana, quando va bene, chiedendosi il perché, senza ricevere sempre una risposta.

Come devono sentirsi quei genitori rimasti fuori a tenere insieme faccia e famiglia, a provare a fare finta di niente, fare come se fossero visite normali, come quelli che vanno a visitare le persone ospitate a pochi passi da lì, in ospedale. Eccolo il corto circuito nella mia mente: da parte persone che visitano famigliari malati, dall’altra persone che visitano detenuti. Tutti soffrono, per motivi diversi. Ma qui la sofferenza non ha un contorno preciso, non è legata a una diagnosi, a una degenza, ma a una scelta, o una serie di scelte, sbagliate, gravi, gravissime… che hanno provocato a loro volta sofferenze. Qui la sofferenza è un buco nero, di cui non capisci l’inizio e la fine. E annienta tutti: chi l’ha provocata, chi l’ha subita, chi è qui per lavorare, contenere, educare, reinserire. Aiutare. La sofferenza qui non risparmia nessuno.

Dopo questa passeggiata iniziale che mi prepara a quello che verrà là dentro, entro nel carcere vero e proprio, e mi dirigo al settimo reparto, dove svolgo volontariato nel guardaroba gestito dall’associazione di cui faccio parte. Qui i detenuti in difficoltà economiche possono chiedere vestiti, accessori per l’igiene personale, possono farsi aggiustare gli occhiali e gli orologi rotti. Possono passare per fare due chiacchiere. E qui passo due ore e mezza ad ascoltare storie, a leggere volti, a osservare atteggiamenti. Il tutto per provare a capire, perché io sono qui perché voglio capire. E la prossima volta vi racconterò cosa sto capendo.

*Giornalista professionista, direttrice responsabile di “Persone, Medicina & Società”