sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Silvia Calvi

Corriere della Sera, 19 marzo 2026

Il Garante dei detenuti Pagano: “Non può essere la soluzione per chi non ha nessuno”. Luigi Pagano, già direttore di Bollate e San Vittore, dallo scorso settembre, è il “Garante dei detenuti” per il Comune. “Forum Welfare 2026” organizzato dal Comune dal 25 al 27 marzo a Base, tra gli 80 relatori introdotti dal sindaco Beppe Sala e dall’assessore Lamberto Bertolé ci sarà Luigi Pagano, già direttore di Bollate e San Vittore e, dallo scorso settembre, attuale “Garante dei detenuti” per il Comune.

Dottor Pagano, cosa c’entra il carcere con il welfare?

“È il paradosso del welfare carcerario, cresciuto moltissimo e che riguarda persone con problemi psichiatrici, di dipendenza o di povertà. Che hanno commesso un reato, certo, ma che, non avendo una casa né una rete sociale, non hanno potuto usufruire delle pene alternative. Il carcere così diventa una soluzione: per il mondo esterno, che si alleggerisce di un problema, e per loro che in qualche modo trovano una comunità. Peccato che non possa essere di alcun aiuto: in carcere le dipendenze si accentuano”.

Alla nomina ha dichiarato che avrebbe cercato la collaborazione del Terzo settore e del volontariato: questo appuntamento nasce da lì?

“Diciamo che con l’assessore Bertolé e con le associazioni che rappresentano un’autentica ricchezza di Milano, parliamo la stessa lingua. Ed è un ottimo punto di partenza: le forme di detenzione alternativa, misure che oltre a favorire il reinserimento sociale contribuiscono a diminuire il numero di detenuti per i quali l’Italia è stato più volte condannato dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo, richiedono personale, strutture, abitazioni. Dunque occorre la collaborazione di tutti”.

Milano ha quattro istituti penitenziari e un record di criticità: San Vittore, Bollate, Opera e il minorile Beccaria. Chi sono i detenuti reclusi in questi luoghi?

“San Vittore è una casa circondariale che dovrebbe detenere solo persone in attesa di giudizio, la realtà è che lì ci sono anche detenuti definitivamente condannati. Opera è una casa di reclusione per detenuti con una condanna definitiva e pena elevata, ha anche una sezione di elevata sicurezza. Mentre Bollate, di cui sono stato il primo direttore, ospita detenuti che hanno poco da scontare ma non senza i requisiti per le pene alternative e dove siamo riusciti fin dall’inizio ad applicare l’articolo 27 della Carta costituzionale, dunque con progetti di formazione e lavoro utili a promuovere la dignità personale e il reinserimento”.

E il Beccaria, al centro di un’inchiesta per le torture e gli abusi che ha coinvolto una quarantina di persone tra agenti e personale?

“Il Beccaria è un centro per minori in attesa di giudizio o condannati al quale, da più di 20 anni, manca un direttore. Tutt’ora l’attuale direttrice è divisa tra Modena e Milano, quindi non può essere presente tutti i giorni e rappresentare una guida stabile che, in un carcere, è indispensabile: il direttore deve essere sempre presente, è a lui che spetta il compito di indicare una linea. Dopo una situazione che ha scandalizzato tutti, non si è ancora trovato il rimedio: se nessuno coordina le attività, il rischio è di creare una miscela esplosiva”.

Come risolvere il problema del sovraffollamento che a Milano e in Lombardia raggiunge percentuali superiori al 100 per cento?

“Senz’altro non costruendo nuove carceri. Prima di tutto perché farlo richiede tempo, anche cinque o sei anni di lavori, e spazi enormi: San Vittore occupa 60mila mq, Opera e Bollate 600mila mq. Al contrario, servono carceri nuove. Ma, per riuscirci, basta seguire l’ordinamento penitenziario del 1975: abbiamo la legge, è quella la risposta per il recupero, le pene alternative, il reinserimento sociale. Anche perché nel nostro Paese abbiamo 20mila detenuti che devono scontare pochi anni, la metà di loro un solo anno”.