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di Giuseppe Gariazzo

Il Manifesto, 26 novembre 2024

Due registi, tre studenti, dieci detenuti, un gruppo di attrici professioniste. Sono le persone coinvolte nel progetto, nato all’interno dell’università Iulm di Milano, dal quale è scaturito “Il pianto degli eroi. L’Iliade e Le troiane nel carcere di Bollate”. Il film di Bruno Bigoni e Francesca Lolli, nuova tappa della loro collaborazione, è stato presentato nelle giornate di Filmmaker e ha rappresentato uno dei lavori più significativi. Per tanti aspetti. C’è una riflessione sulle guerre, sull’oggi, partendo dall’attualità del poema di Omero e della tragedia di Euripide. C’è il pre-testo di coinvolgere chi sta dentro e fuori un penitenziario in un’operazione collettiva, un laboratorio atto a stimolare uno scambio culturale, sociale, artistico.

C’è - a tenere insieme tutto ciò - il film, diviso in due parti separate da una dissolvenza a nero che in realtà unisce. Girato in bianconero (tranne le inquadrature finali a colori e l’evidenziazione in rosso di un abito portato in giro come una reliquia), Il pianto degli eroi ci mostra inizialmente il set, i carcerati che parlano dei personaggi da loro interpretati, la troupe, i ciak, le prove, ci fa sentire le voci e le parole, intravedere gesti che poi prenderanno la scena. Un lungo incipit che ci immerge in quello scambio di visioni e pensieri, cui seguirà la “messa in scena” - perché Il pianto degli eroi è co-esistenza di cinema, teatro, performance, danza - dei due classici, una serie di “quadri”, negli spazi interni (con il corridoio come set ricorrente) e esterni (il cortile) del carcere, nei quali Bigoni e Lolli di-segnano, come sempre nei loro lavori contaminati, una con-vivenza sperimentale abitata da sguardi multipli, coraggiosa, che si addentra in un progetto e lo sviluppa in e con tante sfumature.

Il corpo è centrale e crea una flagrante dualità fra quello maschile e quello femminile, un contrasto, una collisione che scatena azioni e emozioni, impulsi e reazioni con una macchina da presa che si muove, scruta, segue, agisce in mezzo e con quei due gruppi che per un periodo di tempo producono un sentire e una tensione costante.

A vincere il concorso internazionale del festival (terminato domenica) è stato Favoriten di Ruth Beckermann, cineasta austriaca ben nota al pubblico di Filmmaker, che ha filmato per tre anni una classe della più grande scuola elementare di Vienna nel distretto che dà il titolo al film abitato soprattutto da lavoratori immigrati. Un film che parla di integrazione, difficoltà sociali, metodi d’apprendimento, fluido nel rendere il passare del tempo dove esistono sempre nuove relazioni da esplorare. Fra le tante proposte di Filmmaker vanno segnalate Meditazione per l’apocalisse di Irene Dorigotti e Il capitone di Camilla Salvatore. Quella di Dorigotti è una “scheggia” di pochi minuti, un viaggio in treno che termina in un lago ghiacciato di montagna, una “meditazione” sull’esserci e sul perdere, l’andare e il ricordare, l’attraversare spazi mettendoli in relazione spesso ricorrendo alla sovrimpressione, sull’imprimere uno sguardo mai chiuso, in-stabile, che trasmette l’imperfezione del transito.

Salvatore, nel suo lungometraggio, compone un film che è il ritratto di tre donne a Napoli: Vanessa, che assume il ruolo principale, trans; la madre; l’amica trans Ciro. Avvolto da una luce ovunque calda (di Bianca Peruzzi), chiuso da una scena meravigliosa che è cinema, teatro, canto, parola, Il capitone è una danza sensoriale, una camminata fiera, la descrizione di una lotta per l’affermazione delle proprie identità, un dialogo “musicale” a tre, a due, solitario, attorno a un tavolo, su un terrazzo, dentro un’auto. Per uno stare al mondo individuale e collettivo.