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di Massimo Pisa


La Repubblica, 11 novembre 2019

 

Secondo le relazioni del carcere era affidabile. Il ministro manda gli ispettori. La figlia di una vittima: "Essere ignobile". I due anni a lavorare in segreteria, ad aiutare in qualità di scrivano gli altri detenuti a compilare istanze e altri documenti, avevano convinto psicologi e operatori del carcere di Bollate - dov'era arrivato nel 2017, dopo una vita dietro le sbarre di Opera - che Antonio Cianci, il 60enne ergastolano di Cerignola, era cambiato. I pareri positivi nelle relazioni si erano accumulati.

E il comportamento senza ombre, ottenuto durante i primi permessi premio di dodici ore, avevano convinto il Tribunale di sorveglianza che ci si poteva ormai fidare del killer della guardia giurata Gabriele Mattetti (su cui aveva infierito 45 anni fa a colpi di calibro 38 special, a Segrate) e dei carabinieri Michele Campagnuolo, Pietro Lia e Federico Tampini (falciati a un posto di blocco sulla Paullese, a Liscate 40 anni fa).

Mezza giornata dalla sorella - che ha qualche piccolo precedente alle spalle - a Cernusco sul Naviglio, e rientro. Così, questa volta, avevano aggiunto tre giorni a quelle dodici ore. Con obbligo di firma dai carabinieri. Questi primi elementi saranno raccolti dagli ispettori che il ministro di Grazia e Giustizia, Alfonso Bonafede, ha promesso di mandare a Milano. Per capire se ci fossero davvero tutti i presupposti per una concessione che adesso - col senno del poi - pone diversi interrogativi.

Sulle misure premiali e sulla loro applicazione, sulla riabilitazione e sul passato di un plurimocida che a quindici anni era capace "di omicidio con sadismo - scriveva il maresciallo Lino Vesprini della stazione di Segrate, il 25 ottobre 1974 - in quanto i colpi al viso poterono essere sparati dopo quello alle spalle". Di un killer che a vent'anni, dopo aver finito i tre carabinieri con il colpo di grazia alla testa, venne visto da un testimone "che stava frugando sopra i cadaveri", come riportava un brigadiere della volante Lambrate il 9 ottobre 1979.

Una vita fa. Per tanti, come Daniela Lia, figlia di una delle vittime di Antonio Cianci, si riapre una ferita devastante: "Sono sconvolta dal fatto che si sia permesso a questo essere ignobile, che massacrava senza pietà, di mettere un'altra famiglia in condizioni di dolore".

Si tratta, in questo caso, della compagna e delle due figlie di Roberto Sgorbati, il 79enne di Lomazzo ferito con un taglierino alla carotide tra l'ascensore e le macchinette del caffè al piano meno 1 del San Raffaele: aveva consegnato, a quel finto inserviente con mascherina, guanti e felpa dell'ospedale, il cellulare e i dieci euro che aveva in tasca, poi ancora qualche moneta (e uno scontrino che sarà trovato addosso a Cianci, a ulteriore riscontro per l'arresto) ma non aveva altro. Lo squarcio è stato suturato dai chirurghi del reparto di Otorinolaringoiatria, da dove dovrebbe essere dimesso in settimana, con la prognosi ormai sciolta: un centimetro oltre e la recisione dell'arteria lo avrebbe ucciso.

Un gesto crudele, scomposto, di cui a Cianci, difeso dall'avvocato d'ufficio Ursula Lionetti, verrà chiesto in carcere durante l'interrogatorio del gip tra oggi e domani. Possibile che ripeta la versione fornita subito dopo l'arresto di sabato sera ("Non c'entro niente"), nonostante i pantaloni sporchi di sangue, il cellulare e lo scontrino di Sgorbati ritrovati nel cestino della fermata della navetta per Cascina Gobba, lì accanto, insieme al taglierino insanguinato, alla mascherina e ai guanti. Mentre i poliziotti delle volanti, guidati dal dirigente Salvatore Anania e dal vice Nunzio Trabace, sono al lavoro sulle immagini delle telecamere del San Raffaele per capire come, e da quanto, Cianci si stesse aggirando con quel travestimento tra le corsie dell'ospedale, in attesa di prede da rapinare.